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“Hostile” è l’ultimo album degli Aborym, l’intervista Aborym - Credit: Tuttorock
MUSICA 5 maggio 2021

“Hostile” è l’ultimo album degli Aborym, l’intervista

di Giovanna Ghiglione

Ascolta subito il nuovo disco su TIMMUSIC e leggi qui l’intervista al fondatore della band!

Si intitola “Hostile” ed è l’ultimo album uscito degli Aborym, band industrial metal italiana attiva dal 1992, per l’etichetta Dead Seed Production.

Ecco l’intervista a Fabrizio Giannese, alias Fabban, fondatore della band, a cura di Marco Pritoni di Tuttorock.

> > > Ascolta “Hostile” su TIMMUSIC!

Parliamo di questo nuovo album degli Aborym, “Hostile” (che ho ascoltato più volte e apprezzato parecchio) pubblicato su etichetta Dead Seed Productions. L’album è stato prodotto da Keith Hillebrandt che ha lavorato con nomi come David Bowie e Nine Inch Nails, com’è nata questa vostra collaborazione?

Conosco Keith da un po’ di anni ormai. Keith ha remixato un brano di SHIFTING.negative, “For a better past”, che abbiamo pubblicato sul volume 1 di Something for Nobody, e noi abbiamo remixato uno suo pezzo, “Farwaysai”, anche questo pubblicato sullo stesso vinile… In seguito abbiamo iniziato una sorta di collaborazione e abbiamo realizzato insieme remix per altri artisti e gruppi, fino a fare da producer su una cover di Nelly Furtado rielaborata da Digitalis Purpurea… Il pezzo era “Maneater”. Siamo due nerd appassionati di sintesi sonora, sintetizzatori, entrambi modularisti e appassionati di musica e con il passare del tempo siamo diventati ottimi amici. Il nostro precedente produttore, Guido Elmi, che ha lavorato con noi su SHIFTING.negative, è venuto a mancare purtroppo e ho proposto a Keith di lavorare per noi su Hostile. Ci siamo incontrati a Bangkok nel 2018 (lui vive in Thailandia), siamo andati a cena in China Town e abbiamo discusso di tutto.

 

Gli abbiamo inviato le prime demo e dopo un paio di giorni ci ha fatto sapere che avrebbe fatto da producer per Hostile. Da quel momento sono passati quasi due anni in cui ci ha seguiti dalle prime demo, passando per le pre-produzioni, recording, post-produzione. I risultati sono nel disco, non mi piace molto autocelebrare il nuovo album quindi ognuno potrà rendersi conto di che tipo di lavoro ha svolto Keith, come suona questo album e i progressi fatti in termini di sound e di tecnica. Keith ha definito quali brani registrare per il disco, ne avevamo circa una ventina all’inizio. Ha definito la tracklist, strumentazione, effetti, pedali, compressori… tutto. Purtroppo un paio di mesi prima di pianificare il mixaggio con Keith e il nostro sound engineer Andrea Corvo a Roma è scoppiata la pandemia e abbiamo mixato il disco da remoto. Internet e una buona adsl in certi casi aiutano.

> > > Ascolta tutti i brani degli Aborym su TIMMUSIC!

Parlami un po’ della nascita dei brani e della loro composizione, siete partiti dai testi, da qualche melodia nata in studio o è dipeso dalle situazioni?

Il mio modo di lavorare non è cambiato molto durante la fase di song-writing di Hostile ma è cambiato  parecchio rispetto al disco precedente. Lavoro con questi ragazzi da un bel po’ di tempo ormai e per la prima volta in quasi 30 anni non mi sono occupato della scrittura da solo, ma abbiamo scritto i brani da band. Tommy e Rick sono stati fondamentali per la scrittura e tutti nella band abbiamo lavorato parecchio sugli arrangiamenti, sempre seguiti dal nostro fonico Andrea Corvo, che per noi è stato fondamentale. Così come fondamentale è stato Kata, per tutta la parte ritmica, per la batteria, i pad, i samples. Passo molte ore nel mio studio e cerco sempre di non forzare mai la mano. Quando arriva un’idea di solito la fisso, la elaboro e passo una demo agli altri che iniziano a metterci le mani sopra.

 

Quando provo a scrivere in maniera forzata di solito vengono fuori solo cagate; le migliori idee sono quelle che arrivano quando devono arrivare. Così come è successo di prendere in lavorazione alcune idee di Tommy o di Rick. In alcuni casi i brani sono partiti da un semplice riff di chitarra, una sequenza midi, da una improvvisazione sui synth o su modulare, da un testo… Non abbiamo un iter prestabilito in questo senso. Rispetto al passato abbiamo potuto lavorare con una strumentazione molto più ampia, che ha fatto sì che potessimo sfruttare un ventaglio di soluzioni importante. Investiamo molti soldi in strumentazione. Più passano gli anni più strumenti abbiamo, più strumenti abbiamo più conoscenze acquisiamo. Alla base ci sono sempre le idee, ma nel nostro caso buone idee supportate da strumenti e conoscenza degli strumenti sono una combo essenziale per ottenere musica di qualità.

Quando è avvenuto il processo di registrazione dei brani e come siete riusciti a farlo visto il periodo di restrizioni e limitazione negli spostamenti?

Keith Hillebrandt e Andrea Corvo hanno definito che questo album dovesse essere registrato non in un unico studio, ma in studi diversi, in modo da poter sfruttare al meglio il potenziale di ognuno ottimizzandolo sulle varie fasi di recording. Ho gestito le pre-produzioni nel mio studio, Aborymlab, che per Aborym è una sorta di headquarter e una volta definiti i brani da incidere ci siamo spostati per quasi due mesi negli NMG studios, seguiti sia da Andrea Corvo che da Alessandro di Nunzio. Lì abbiamo inciso le batterie, con due kit differenti, le chitarre ritmiche, arrangiamenti di chitarra, percussioni e arrangiamenti vari. Il basso è stato inciso a Milano. Terminate le sessioni ci siamo presi circa un mese di stop, in modo da staccare la spina e resettare i cervelli, per poi riprendere le session nei Synthesis Recording Studio di Andrea.

 

Lì abbiamo inciso tabla, voci, backing vocals, synth, diversi arrangiamenti e Andrea ha iniziato a tirare fuori i pre-mix che sono serviti a Keith per ottimizzare i brani e proiettarli verso il mixaggio finale. Tutto questo accadeva credo ad aprile e lì il virus ha iniziato a venir giù pesante. Siamo stati costretti a rintanarci in casa. Ricordo che mancavano le voci su tre pezzi, che sono riuscito ad ultimare nel momento in cui ci sono stati alcuni giorni in cui ci fu un ammorbidimento delle restrizioni. Ultimate le voci abbiamo iniziato a mixare il disco da remoto: noi da Roma, Keith da Bangkok.

Avete voluto dar spazio alla tragedia di Chernobyl, con il brano “Radiophobia”, che è anche il secondo singolo dell’album, come mai avete scelto di parlare di quell’evento?

Continua a leggere l’intervista su Tuttorock > > >

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