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3 idee innovative che prevedono il riutilizzo degli scarti alimentari Ragazza che pela una patata e altri scarti alimentari - Credit: iStock
GREEN 12 luglio 2021

3 idee innovative che prevedono il riutilizzo degli scarti alimentari

di Maura Corrado

Mattoni vegetali, biocarburanti, fibre tessili per i capi di tutti i giorni. Ecco la nuova vita degli scarti di cibo

Ci sono diversi modi per dare nuova vita agli scarti alimentari.

Se sono ancora commestibili e riutilizzabili, ci si può sbizzarrire con la “cucina degli avanzi”, a partire dai cosiddetti piatti tipici “poveri” della tradizione gastronomica regionale italiana. Altrimenti, si può imparare a fare il compost in casa. Per la trasformazione degli scarti alimentari su larga scala, invece, ci sono aziende in grado di unire sostenibilità e tecnologia. Ecco, dunque, in cosa si trasformano i nostri avanzi di cibo.

Waste to Fuel

Il sistema Waste to Fuel, messo a punto da Eni Rewind, produce biocarburanti di nuova generazione utilizzando la frazione organica dei rifiuti solidi urbani (FORSU). È il primo esempio al mondo di questo genere. Dal processo Waste to Fuel si ricava dal 3% al 16% di bio-olio, che può essere subito utilizzato come combustibile a basso contenuto di zolfo per il trasporto marittimo o ancora può essere raffinato per ottenere biocarburanti ad elevate prestazioni.

 

Dal processo, inoltre, si ricava gas (principalmente biometano e CO2) e fino al 95% di acqua che, una volta depurata, è riutilizzabile per l’irrigazione o all’interno dei cicli di produzione industriale. Abbinando una buona raccolta differenziata a una diffusione degli impianti Waste to Fuel, su tutto il territorio nazionale, si potrebbero idealmente ricavare, ogni anno, circa un miliardo di litri di bio-olio, quantità equivalente a 6 milioni di barili di “tradizionalepetrolio. Sarebbe come scoprire un piccolo giacimento, senza però dover perforare pozzi e senza, soprattutto, emettere anidride carbonica.

Il carburante del futuro

Il cuore di questa nuova tecnologia è la termoliquefazione. Si tratta di un processo termochimico, in soluzione acquosa, che trasforma la biomassa di partenza in una sorta di “petrolio biologico” o, appunto, bio-olio. Qui viene recuperata e concentrata quasi tutta l’energia contenuta nel materiale organico di partenza. Il vantaggio di Waste to Fuel è la possibilità di trasformare in bio-olio un rifiuto che ha un costo di smaltimento, trasformandolo così in una materia prima utile attraverso i principi dell’economia circolare. Dopo il successo del progetto pilota realizzato nella bioraffineria di Gela, in Sicilia, Eni Rewind avvierà progetti per la realizzazione di impianti Waste to Fuel su scala industriale in tutta Italia, tra il 2021 e il 2024. Oltre ai rifiuti domestici, infatti, con la tecnologia Waste to Fuel è possibile trattare fanghi di depurazione, potature, scarti dell’industria agroalimentare e della grande distribuzione.

Un materiale più duro del cemento

E se la tua nuova casa fosse costruita con materiali derivanti dagli scarti alimentari? Il secondo processo innovativo per dare una nuova funzionalità agli scarti alimentari è stato ideato da un team di ricercatori giapponesi. Nei laboratori dell'Industrial Science Institute di Tokyo, infatti, è stato creato un nuovo materiale da costruzione proprio a partire dagli scarti di cibo, che non è solo più resistente del cemento, ma è anche commestibile. I ricercatori del team hanno prima essiccato torsoli, foglie e scorze, che costituiscono buona parte degli avanzi. Successivamente, hanno trattato gli scarti con acqua e li hanno pressati in appositi stampi ad alta temperatura. Al termine del procedimento, gli scienziati hanno analizzato il risultato ottenuto in base a diversi parametri: elasticità e resistenza, ma anche odore e sapore. 

Come è fatto un mattone vegetale?

Il materiale edile così ottenuto possiede caratteristiche plastiche paragonabili a quelle del cemento o addirittura superiori. In aggiunta, ha un odore e un gusto gradevoli. L'impasto può inoltre essere arricchito con sale o zucchero senza alterarne le proprietà meccaniche. I mattoni vegetali, infine, risultano resistenti alla ruggine, agli agenti atmosferici e ai funghi. Non ammuffiscono e non sono preda degli insetti. Nei test di laboratorio sono stati utilizzati foglie di cavolo, alghe, cipolla e bucce di arancia, resti di banana e avanzi vari in diverse combinazioni. Tutti gli scarti hanno dato risultati incoraggianti, fatta eccezione per gli avanzi di zucca, che invece sono risultati poco idonei. È ancora presto, tuttavia, per parlare di un utilizzo di questi mattoni vegetali su larga scala. 

Scarti di tendenza

Passiamo, infine, alle fibre tessili ricavate dagli scarti di cibo. Avrai sicuramente sentito parlare di Orange Fiber, la prima fibra al mondo ricavata dagli scarti della produzione degli agrumi (in particolare delle arance). Un'idea orgogliosamente Made in Italy, nata in Sicilia grazie all’intuizione di due ragazze che credono fermamente nel futuro della moda sostenibile. Negli ultimi anni i test per ricavare fibre tessili dagli scarti di numerose categorie di alimenti si sono moltiplicati. Ad esempio, è già disponibile e in vendita, online e nei negozi specializzati, l’alternativa vegana alla seta: la “seta di banana”. Questa fibra è ottenuta da un prodotto di scarto, cioè dalla parte della pianta da cui si sviluppa il casco di banane, nota come pseudo-fusto, che viene tagliata dopo ogni raccolto. Con le parti più grezze dello pseudo-fusto è possibile ricavare fibre perfette per realizzare tappeti e tessuti di rivestimento, mentre la parte centrale, quella più fine e pregiata, si adatta invece all’impiego nel settore dell’abbigliamento.

L’ecopelle di ananas

Piñatex è l’ecopelle brevettata, vegetale al 100%, che proviene dagli scarti di ananas. L’ecopelle di ananas viene ottenuta attraverso una lavorazione particolare delle foglie, lunghe e dure. Rappresenta una valida e sostenibile alternativa alla pelle tradizionale sia per borse e scarpe che per i sedili delle automobili. Hugo Boss, ad esempio, ha usato Piñatex per produrre le sue sneakers maschili vegane. Per avere un metro quadro di questa fibra occorrono all’incirca 460-480 foglie di ananas. L’investimento economico (23€ al metro quadro contro i 25-38€ del pellame) è decisamente inferiore rispetto alla produzione della pelle tradizionale e consente inoltre una notevole riduzione dell’inquinamento e del consumo di acqua. 

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