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Coltivazione della soia e impatto ambientale, cosa dobbiamo sapere Pianta di soia - Credit: iStock
GREEN 21 aprile 2021

Coltivazione della soia e impatto ambientale, cosa dobbiamo sapere

di Maura Corrado

La coltivazione della soia ha dei lati oscuri su cui è necessario intervenire: scopriamo di più

La soia è un legume dalle numerose proprietà benefiche.

Ricca di proteine vegetali e di fitoestrogeni, è un ottimo sostituto di bistecche e salumi. Inoltre, aiuta a ridurre il colesterolo e a prevenire alcune forme di tumore.

La soia nell’alimentazione degli italiani

Nei decenni scorsi la soia era conosciuta e apprezzata perlopiù da vegani e intolleranti. Oggi, invece, fa parte dell’alimentazione di tutti, anche di chi non ha particolari esigenze di salute. Con il latte di soia si può preparare un gustoso cappuccino vegetale o un frullato proteico. I germogli di soia sono tra gli ingredienti tipici di un’insalata estiva fresca, nutriente e leggera.

 

Chi ama la cucina orientale, poi, non potrà più fare a meno, oltre che della salsa di soia, dei fagioli edamame: poco calorici, ricchi di sali minerali e amici dell’intestino. Il tofu di soia, infine, è la versione vegana del formaggio ed è l’ingrediente di numerose ricette: dalla zuppa di miso alla carbonara vegetariana. La soia, consumata senza eccedere in frequenza e quantità, è dunque un alimento sano e nutriente. L’FDA (cioè la Food and Drug Administration americana) raccomanda un consumo giornaliero massimo di 25 grammi di proteine di soia al giorno.

La coltivazione della soia

La soia è largamente impiegata anche per l’alimentazione degli animali da allevamento, come fertilizzante, nell’industria cosmetica e per la produzione di biodiesel. Ci sono però delle criticità legate alla coltivazione della pianta (il cui nome botanico è Glycine max), legate alla richiesta sempre più elevata di questo prodotto e dei suoi derivati. La domanda di soia, infatti, è aumentata di quindici volte rispetto agli anni Cinquanta del secolo scorso. In alcuni Paesi del mondo la soia è considerata – insieme alle piante da cui si ricavano caffè e olio di palma – una coltura “mangia-foreste”. La pianta, oltre che nei Paesi asiatici, viene coltivata negli Stati Uniti d’America, in Europa, Argentina e Brasile. Nel mondo, complessivamente, più di un milione di chilometri quadrati di terreni agricoli è occupato da colture di soia. 

Le criticità

Nel 2018, secondo la Fao (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura), la produzione mondiale di soia ha toccato i 350 milioni di tonnellate. In base ad un’altra stima, ogni anno, per far posto a nuove coltivazioni intensive di soia e altri prodotti, vengono distrutti dieci milioni di ettari di foreste. Alcune aree caratterizzate da straordinaria biodiversità, come il Cerrado brasiliano - che contiene da solo il 5% delle specie di piante e animali di tutto il pianeta – rischiano di essere definitivamente cancellate. Della soia complessivamente prodotta, solo il 7% è destinato all’alimentazione umana.

 

L’80% viene invece utilizzato per la produzione di mangimi animali, destinati soprattutto agli allevamenti intensivi di polli, galline, suini e bovini. La quota rimanente, cioè il 13%, è impiegata per la produzione di biocarburanti. Quest’ultimo dato rappresenta un tragico paradosso. Le modalità di produzione del carburante green generano, infatti, gravi squilibri economici e sociali. Non solo in Brasile, ma anche in altri Stati del Sudamerica, come Argentina e Paraguay. Agli effetti della deforestazione si sommano poi quelli causati da un impiego massiccio di pesticidi.

Le conseguenze sociali

Nelle aree del Sud America appena citate, la coltivazione di soia è strettamente legata a gravi problemi sociali. La creazione di nuovi campi comporta spesso la violazione dei diritti consuetudinari di famiglie, popolazioni indigene e piccoli contadini, causando l’aumento del numero dei senza terra. Grazie all’elevata meccanizzazione, la coltivazione intensiva della soia non richiede molta manodopera. Per una superficie di 170-200 ettari è ormai sufficiente un solo lavoratore. Alle popolazioni locali spesso non restano che gli impieghi stagionali e malpagati.

La soia coltivata in Europa è più sostenibile

La soia coltivata nei Paesi dell’Unione Europea, senza uso di pesticidi e in colture a rotazione, rappresenta un’alternativa più sostenibile. La soia viene coltivata in Italia, nel Sud della Germania, in Austria, Romania, Francia e Croazia. L’Italia è tra i Paesi leader in Europa per produzione di soia non geneticamente modificata. Clima e suolo contribuiscono ogni anno a rese eccellenti. Nel nostro Paese la produzione di soia è prevista in crescita, ma si tratta comunque di briciole rispetto al mercato mondiale. L’Unione europea, complessivamente, raggiunge appena lo 0,7% della produzione globale. L’82% del totale viene invece prodotto in Brasile, Argentina e Stati Uniti. 

I criteri di Basilea 

Le criticità legate alla coltivazione della soia non sono una novità. Già all’inizio degli anni 2000 si è provato a correre ai ripari approvando i “Criteri di Basilea per una coltivazione responsabile della soia”, frutto degli sforzi di Coop Svizzera e WWF. I criteri prevedono l’utilizzo di sementi non geneticamente modificate; un uso parsimonioso di concimi e pesticidi; nessun disboscamento di foreste pluviali e superfici ad alto valore di conservazione; la garanzia di standard sociali minimi per i lavoratori (ad esempio no al lavoro forzato e minorile). 

La soia responsabile

Come già detto, però, negli ultimi dieci anni la domanda globale di soia è aumentata vertiginosamente. Di conseguenza, il prezzo della soia continua a crescere e con esso aumenta la pressione per un’estensione delle colture, con tutte le conseguenze già descritte (deforestazione, uso massiccio di pesticidi, ecc.). Il problema, dunque, si ripropone. Gli sforzi promossi in ambito europeo per avere una “soia responsabile” sono apprezzabili, ma non sufficienti. L’ultimo, in ordine di tempo, è rappresentato dall’approvazione delle “Linee guida 2021 per la produzione sostenibile di soia” da parte di Fefac, la Federazione dei produttori europei di mangimi. Un esempio da seguire anche nei Paesi che coltivano soia al di fuori dei confini europei.

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