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Higg index: cos'è l'indice di sostenibilità nella moda

Modello- Credit: iStock

GREEN08 settembre 2021

Higg index: cos'è l'indice di sostenibilità nella moda

di Maura Corrado

Un’articolata “cassetta degli attrezzi”, destinata a brand e fornitori del settore tessile e calzature

Quando si parla di sostenibilità nel campo della moda si fa spesso riferimento, tra le criticità da superare, alla mancanza di uno standard qualitativo condiviso. Una delle soluzioni proposte – poi adottata da alcuni grand brand, ma criticata da altri – è l’Higg Index. Di cosa si tratta esattamente?

Come è nato l’Higg Index

L’Higg Index è un insieme di strumenti di misurazione per i settori tessile, abbigliamento e calzature sviluppato da Sustainable Apparel Coalition (SAC) e lanciato nel 2012. Sustainable Apparel Coalition, fondata nel 2011, è al momento la più grande alleanza internazionale senza scopo di lucro per la produzione tessile sostenibile, di cui fanno parte numerosi marchi del settore (è presente anche il brand italiano United Colors of Benetton), l’Environmental Protection Agency degli Stati Uniti e altre organizzazioni no-profit. L’Higg Index serve dunque a misurare l’impatto ambientale e sociale di magliette, gonne e scarpe prendendo in considerazione diversi parametri di sostenibilità legati all’intero ciclo di vita del prodotto e all’intera catena di approvvigionamento.

Cosa c’è da sapere

I parametri contenuti nell’Higg Index sono per uso interno aziendale e hanno l’obiettivo di spingere le imprese a migliorare le proprie performance. La prima versione, la 1.0, è stata lanciata nel luglio 2012. La versione successiva, la 2.0, è stata rilasciata nel dicembre 2013. Il nome Higg ha origine dalle ricerche per il Bosone di Higgs, che hanno ispirato Jason Kibbey, il direttore esecutivo della Sustainable Apparel Coalition. Il nome Higg è stato scelto anche per altri motivi: è breve, semplice da pronunciare e da registrare.

 

Ci sono diverse versioni dell’Higg Index, studiate appositamente per chi produce materiali o per chi lavora lungo la catena di produzione. C’è anche quello per il retail, l’Higg Brand and Retail Module, che misura l’impatto ambientale e sociale dei prodotti di un marchio, dalla ricerca dei materiali alle condizioni della forza lavoro, fino alla riciclabilità.

I parametri

Come già accennato, in ogni versione dell’Higg Index sono elencati i parametri di cui tener conto per la valutazione del proprio impatto ambientale e sociale. Ad esempio, nell’Higg Brand Tool (Higg Brand & Retail Module), la “cassetta degli attrezzi” destinata ai brand di piccole, medie e grandi dimensioni, i passaggi identificati come fonte di rischio e di impatto ambientale sono: il management system; il prodotto; la supply chain; il packaging; l’utilizzo e la fine del ciclo di vita del prodotto; i punti vendita; gli uffici aziendali; il trasporto; i centri di distribuzione.

Un elenco dettagliato

Scendendo ancor più nel dettaglio, i parametri da esaminare accuratamente, per quanto riguarda l’impatto ambientale, sono undici: benessere animale; biodiversità/utilizzo del suolo/perdita di habitat animale; deforestazione; energia/consumo di carburante (o esaurimento dei combustibili fossili); emissioni di gas serra nell’atmosfera; inquinamento atmosferico diverso dalle emissioni di gas serra; rifiuti solidi; rifiuti pericolosi; rischio chimico; uso delle risorse idriche/scarsità d’acqua; inquinamento delle acque/eutrofizzazione.

 

Per quanto riguarda, invece, l’impatto sociale, i parametri sono sedici: lavori forzati o traffico di esseri umani; lavoro minorile; salari e benefit aziendali; orario di lavoro; libertà di associazione e contrattazione collettiva; salute e sicurezza; accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari; condizioni di lavoro. E ancora: discriminazioni, molestie e abusi; molestie sessuali e violenza basata sul genere; ruberie e corruzione; diritto alla salute; diritto alla privacy; diritto alla sicurezza della persona; diritti delle minoranze e delle comunità; diritti fondiari.

Una catena virtuosa

L’obiettivo più generale è dar vita a una catena virtuosa in cui ognuno fa la propria parte. Un brand che, come abbiamo appena visto, si impegna ad esaminare periodicamente i parametri appena elencati, per individuare sia gli elementi di rischio che l’impatto dei miglioramenti apportati, invita a sua volta i propri fornitori a fare lo stesso.

 

Per i fornitori, infatti, è stato ideato l’Higg Facility Tool. In questa seconda “cassetta degli attrezzi” rientrano l’Higg Facility Environmental Module (FEM) e l’Higg Facility Social Labour Module (FSLM). Il primo serve a valutare il sistema di gestione ambientale, l’uso dell’energia elettrica e delle risorse idriche, il livello di emissioni nocive, il trattamento delle acque reflue, la gestione dei rifiuti, l’uso e la gestione delle sostanze chimiche. Il secondo, invece, serve a promuovere condizioni di lavoro eque e sicure lungo l’intera catena di fornitura e a valutare l’efficacia dei sistemi di gestione in ambito sociale.

Presente e futuro

L’utilizzo di questi strumenti da parte di numerose realtà del settore moda, sia singoli marchi che piattaforme multi-brand – come Levi’s, Patagonia, Amazon, Asos, Camper, Crocs, ecc. – consente di generare, scambiare e analizzare una mole imponente di dati. Alcuni tra i questionari da compilare sono composti anche da 250 domande. Il dibattito su come utilizzare al meglio – e senza storture – questa suite di attrezzi, in nome della trasparenza verso consumatori e stakeholders, è molto acceso. Ad esempio Zalando, il più grande rivenditore di moda online in Europa, ha annunciato che entro il 2023 tutti i brand presenti sulla piattaforma dovranno condividere le informazioni sulla catena di approvvigionamento e sull’impatto ambientale dei prodotti, utilizzando proprio l’Higg Index. I brand che non si adegueranno entro il 2023 saranno fuori dalla piattaforma.

La polemica

Nei mesi scorsi anche il marchio svedese H&M ha iniziato a sperimentare l’Higg Index Sustainability Profile su alcuni capi presenti nel proprio e-commerce, sia europeo che statunitense. Sperimentazione che ha generato delle polemiche. L’Higg Index condivide informazioni e dati sull’impatto ambientale dei materiali di un prodotto.

 

Ad ogni capo viene attribuito un punteggio da “base” a “3”. I prodotti che raggiungono il livello 3 sono realizzati con materiali che hanno il più basso impatto ambientale rispetto ai materiali convenzionali. Le critiche più aspre hanno avuto ad oggetto il giudizio sui materiali. La Sustainable Apparel Coalition è stata infatti accusata di preferire il poliestere alle fibre naturali. Le fibre naturali risultano spesso penalizzate, rispetto a quelle sintetiche, nel rating dell’indice. La SAC si è difesa sostenendo di non aver costruito un sistema nel quale viene preferita una fibra rispetto ad un’altra.