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La schiavitù e lo spreco dell’imballaggio

Imballaggi- Credit: Unsplash

GREEN07 agosto 2021

La schiavitù e lo spreco dell’imballaggio

di Melissa Viri

All'intero della filiera produttiva, l'overpackaging è uno dei principali fattori di inquinamento e crisi ambientale.

 

Siamo schiavi dell’imballaggio: dell’enorme quantità di rifiuti che produciamo ogni anno (500 chilogrammi a testa) l’impacchettamento vale più della metà. E la situazione tende a peggiorare, con una previsione di un aumento di questa percentuale fino al 60 per cento, per effetto del boom delle vendite online. L’imballaggio, anzi: l’overpackaging, è diventato un simbolo dello spreco. Ovunque. Dal salumiere che stende qualche fettina di prosciutto in diversi strati di carta e stagnola e poi piazza tutto, gran finale, in una busta di plastica. Al negozio dove abbiamo avuto la sciagurata idea di chiedere una confezione regalo, senza immaginare che il piccolo dono potesse restare sommerso all’interno di una grande scatola. Fino al supermercato dove tutto è imballato, anche per rispettare una valanga di leggi e norme che riguardano la grande distribuzione.

Chi fermerà l’overpacking? Dobbiamo rassegnarci a un futuro che ci riporta alla città di Leonia, sommersa dalla spazzatura secondo l’invenzione di Italo Calvino che già aveva previsto una crisi ambientale legata ai rifiuti e agli stili di vita? Le previsioni non sono confortanti, anche perché la pandemia ha peggiorato, e non di poco, il quadro generale. Non restano, a questo punto, che due soluzioni, una individuale e l’altra sistemica, sulle quali fare affidamento. Dobbiamo sforzarci, quasi in modo ossessivo, a ridurre gli imballaggi che, di conseguenza, significa anche diminuire il carico dei rifiuti. Sapendo che c’è sempre spazio per produrre meno spazzatura. E se facciamo un minimo di attenzione, per esempio eliminando scotch e punti metallici e ponendo ogni materiale nel luogo giusto, il riciclo potrà diventare la carta vincente contro l’overpacking. Sempre che poi ci siano i piccoli impianti dove, nel completo rispetto ambientale, i materiali possano essere lavorati e riutilizzati.

La seconda pista porta alla ricerca, al cambio di paradigma a monte dei nostri consumi, e cioè nella filiera produttiva. Qui le migliori speranze arrivano dalle bioplastiche, un settore dove l’Italia una volta tanto gioca in serie A. Questi materiali, ricavati dagli scarti agricoli e perfino dai crostacei, sono biodegradabili, molto elastici, non inquinano e possono essere riutilizzati. L’inconveniente, al momento, è che sono ancora decisamente più costosi rispetto a carta e cartone tradizionali.

In collaborazione con Non sprecare