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Le problematiche ambientali legate ai pesci di allevamento

Un uomo prepara del pesce per la vendita- Credit: iStock

ALLEVAMENTI17 maggio 2022

Le problematiche ambientali legate ai pesci di allevamento

di Maura Corrado

Inquinamento da escrementi, poco spazio per muoversi, mangimi con medicinali.

Il pesce è una delle componenti fondamentali di un’alimentazione sana. La scelta, tra prodotti ittici pescati e d’allevamento, è ancora molto ampia. Anche se sulle nostre tavole, in genere, finiscono non più di dieci o quindici tipi di pesce, sono più di mille quelli che possiamo trovare ogni settimana sui banchi di pescherie e supermercati.

Tuttavia, ci sono delle differenze che è necessario conoscere, per scegliere non solo in base al gusto personale, ma anche in relazione all’impatto ambientale.

 

 

Prezzo e ambiente

In alcuni periodi dell’anno, ad esempio, i prezzi del pesce fresco pescato salgono alle stelle. Ciò è dovuto non solo alla forte richiesta, ma anche all’inquinamento di alcune aree e alla riduzione – se non proprio al rischio di estinzione – del numero di esemplari di alcune specie. Salmone, tonno rosso e pesce spada – giusto per elencarne alcuni - sono tra i pesci vulnerabili che rischiano l’estinzione.

Inoltre, il mestiere di pescatore oggi attrae sempre meno persone. Il perché è presto spiegato: non solo è uno dei mestieri più faticosi in assoluto, ma è anche tra i più precari, visto che la certezza di riempire le reti si sta riducendo sempre di più, visto il progressivo impoverimento di mari e fiumi.

 

 

Allevamenti intensivi ed estensivi

Oggi la principale alternativa al pesce selvaggio pescato è rappresentata dai pesci d’allevamento. Entro il 2030, il 57% del pesce che metteremo in tavola sarà allevato e non pescato: lo dicono le ultime proiezioni elaborate dall’OCSE e dalla FAO. La differenza preliminare è tra allevamenti estensivi ed intensivi. In ogni caso, l'acqua degli allevamenti viene filtrata e depurata, per eliminare le sostanze nocive.

Tuttavia, attraverso questo processo vengono eliminati anche quei microrganismi importanti per la crescita del pesce. Questo fattore, in alcuni casi, può rappresentare un problema.

Negli allevamenti estensivi, in mare aperto, i pesci sono in grado di procacciarsi il cibo da soli, mentre negli allevamenti intensivi, cioè nelle vasche, i pesci sono nutriti dall’uomo.

 

 

Gli escrementi

Tra gli scarti prodotti dagli allevamenti intensivi di pesce, ci sono poi più di 500mila tonnellate di escrementi all’anno. Questo fenomeno è causato anche dalla ricchezza di fibre nella dieta imposta ai pesci allevati, rispetto all’alimentazione che seguono quando sono liberi in natura.

La percentuale di fibre nella dieta è passata, negli ultimi trent’anni, dal 10% al 70% del volume del mangime. Inoltre, negli escrementi si concentrano i residui dei medicinali che vengono somministrati ai pesci, attraverso lo spargimento in acqua.

I medicinali, inoltre, si diffondono anche al di fuori dei confini degli allevamenti, soprattutto in mare aperto. L’impiego massiccio di medicinali è conseguenza dell’ambiente ristretto in cui crescono i pesci da allevamento.

 

 

L’utilizzo di antibiotici

L’ambiente in cui gli animali sono costretti è infatti così insalubre e sovraffollato che si ammalano e si trasmettono parassiti l’un l’altro, come dimostrano diversi casi (documentati) di epidemie. Epidemie che possono rischiare di passare all’uomo. Per tenere a bada alghe e parassiti, si ricorre all’utilizzo di tonnellate di antibiotici, erbicidi, disinfettanti, ecc. Gli allevamenti in mare finiscono per contaminare anche i pesci liberi, che assorbono le sostanze subendone le conseguenze.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature, gli abitanti di 66 Paesi mangiano pesce nel quale la concentrazione di mercurio è superiore a quella ritenuta pericolosa per un feto in crescita.

Infine, anche se il pesce viene allevato in ambienti che rispettano tutti gli standard di igiene e sicurezza, il sapore e le qualità organolettiche sono diversi rispetto al sapore e ai valori nutrizionali del pesce selvaggio pescato.

 

 

Un sapore diverso 

In cosa si traduce questa differenza di gusto? I pesci provenienti da allevamento intensivo vengono nutriti con mangimi specifici, composti in genere da farina, olio di pesce in percentuale variabile (50%-80%), derivati della soia e amidi del frumento. Questi mangimi consentono ai pesci di crescere molto velocemente e di raggiungere così le “taglie” richieste dal mercato ittico.

È necessario sapere, però, che questo fenomeno è reso possibile anche grazie alla elevata percentuale di grassi introdotta con il mangime. Inoltre, i pesci nelle vasche da allevamento vengono nutriti regolarmente, cosa che invece non accade in mare aperto e, non avendo molto spazio per muoversi liberamente, tendono ad accumulare più grasso.

Chi è a dieta, dunque, dovrebbe consumare con moderazione questi pesci più grassi e imparare a distinguere i grassi “buoni” da quelli “cattivi”. I grassi “buoni”, come gli Omega-3, ad esempio sono presenti in percentuali più elevate nel pesce selvaggio pescato rispetto al pesce d’allevamento.

 

 

Il benessere animale

Si sente sempre più spesso parlare di benessere animale come condizione ideale che unisce, al benessere fisico dell’animale, il suo benessere psicologico e la capacità di esprimere comportamenti naturali, come la possibilità di muoversi in libertà. Gli allevamenti intensivi – che siano di pesci, di galline o di bovini – il più delle volte rappresentano una violazione di questo concetto.

Si pensi ai salmoni: vengono privati del loro istinto di riprodursi risalendo i fiumi e costretti a vivere in recinti. Spesso, poi, sono alimentati con coloranti chimici per conferire il caratteristico aspetto rosa arancio.

O ancora, si pensi ai gamberi. Non tutti sanno che quelli che troviamo nel banco frigo del supermercato provengono da allevamenti intensivi che comportano inquinamento, distruzione di ecosistemi, deforestazione costiera ed erosione del suolo.

 

 

Una morte inutile

I pesci allevati in queste condizioni non possono esprimere i loro comportamenti naturali. La loro è una vita trascorsa in ambienti insalubri ad altissime densità. Rispetto a polli e galline, i pesci d’allevamento spesso sono vittime invisibili. Subiscono inquinamento, sofferenze e una morte che spesso è anche inutile: ogni anno, infatti, all’incirca dieci milioni di tonnellate di pesci vengono rigettati in mare perché non idonei alle richieste del mercato.

Va però detto che, almeno in Europa, l’impiego di farmaci in acquacoltura è inferiore rispetto agli allevamenti di polli e bovini e avviene solo sotto stretto controllo veterinario. Infine, non tutti gli allevamenti sono da demonizzare: basti pensare al graduale diffondersi dell’acquacoltura sostenibile.