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Moda low cost: qual è il suo impatto ambientale

Una donna con occhiali da sole e buste da shopping in mano- Credit: iStock

GREEN30 dicembre 2021

Moda low cost: qual è il suo impatto ambientale

di Maura Corrado

Consumo di acqua, tessuti difficilmente riciclabili, emissioni di gas serra e scarti di produzione in discarica: ecco le criticità.

Fast Fashion (letteralmente “moda veloce”) è un’espressione utilizzata per indicare quei capi di abbigliamento – o meglio, intere collezioni - che passano direttamente dalle passerelle alla produzione, e infine alla vendita, in modo rapido ed economico. Si tratta di una strategia di produzione utilizzata dalle grandi catene che tutti conosciamo, presenti lungo le vie dello shopping delle principali città del mondo. Se da un lato questa strategia di produzione e di vendita consente a tutti di essere alla moda in ogni periodo dell’anno, spendendo poco e con la possibilità di cambiare abito più spesso, dall’altro c’è un evidente rovescio della medaglia.

 

 

Moda e sostenibilità

La fast fashion (o moda low cost) viene spesso associata al concetto di usa-e-getta. Si acquista, ad esempio, una t-shirt o una gonna, da indossare per poche settimane, per poi far posto ad una nuova t-shirt (o gonna) di una collezione più recente. La moda è sì un gioco, ma bisogna fare attenzione alle conseguenze che produce. Il settore moda è tra i più inquinanti al mondo e produce un evidente impatto ambientale sia a monte che a valle della filiera. Il più delle volte, ad esempio, il capo low cost viene realizzato in Paesi molto lontani con tessuti sintetici di bassa qualità, da lavoratori sfruttati e privi di ogni diritto. Ciò riguarda il concetto di sostenibilità nel suo significato più ampio.

 

 

Il consumo di acqua

Passiamo all’impatto ambientale vero e proprio della moda low cost, con una serie di dati diffusi dall’Unione Europea. La produzione tessile ha bisogno di utilizzare molta acqua, senza contare l'impiego dei terreni adibiti alla coltivazione del cotone e di altre fibre. Si stima che l'industria tessile e dell'abbigliamento utilizzi, a livello globale, 79 miliardi di metri cubi di acqua, mentre – per avere un termine di paragone - il fabbisogno dell'intera economia dell'Unione ammonta a 266 miliardi di metri cubi. Alcune stime, poi, indicano che per fabbricare una sola t-shirt di cotone occorrano 2.700 litri di acqua dolce, un volume pari a quanto una persona dovrebbe bere in due anni e mezzo.

 

 

Le microplastiche

Si stima, inoltre, che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20% dell'inquinamento globale dell'acqua potabile, a causa dei vari processi a cui i prodotti vanno incontro, come la tintura e la finitura, e che il lavaggio di capi sintetici rilasci ogni anno 0,5 milioni di tonnellate di microfibre nei mari. Il lavaggio degli indumenti sintetici rappresenta il 35% del rilascio di microplastiche primarie nell'ambiente. Un unico carico di bucato di abbigliamento in poliestere può generare il rilascio di 700.000 fibre di microplastica, che possono poi finire nella catena alimentare.

 

 

Tinture e allergie

Un’altra fonte di inquinamento è costituita dalle tinture, che possono contenere anche sostanze altamente cancerogene per l’uomo (nichel, cromo, ecc.) oppure da alcune materie prime di dubbia provenienza, utilizzate per la realizzazione degli indumenti: basti pensare al poliestere, un derivato del petrolio non biodegradabile e spesso difficile da riciclare. Le sostanze tossiche usate durante la produzione di questi materiali vengono assorbite dal corpo umano: diversi studi dimostrano che sono in aumento le persone affette da “allergie da accumulo”.

 

 

Le emissioni di gas serra

Una delle voci più “pesanti”, quando parliamo di quanto inquina un prodotto o un servizio, è rappresentata sicuramente dalle emissioni di gas serra, emissioni che causano il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. Si calcola che l'industria della moda sia responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio, più del totale di tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme. Secondo l'Agenzia Europea dell'Ambiente, gli acquisti di prodotti tessili nell'Unione Europea hanno generato in un solo anno circa 654 kg di emissioni di anidride carbonica per persona.

 

 

Scarti e rifiuti

Ogni anno tonnellate di scarti tessili finiscono nelle discariche. È per questo insostenibile spreco di risorse che il movimento per una moda più sostenibile spinge verso il concetto di “zero waste”. Oggi molti fashion designer progettano i loro vestiti con l’obiettivo di non creare scarti durante la lavorazione, o quantomeno di riutilizzarli per realizzare altri prodotti. Qualcosa sta cambiando, dunque, ma c’è ancora molto da fare. A fare la differenza, inoltre, è anche il modo in cui le persone eliminano gli indumenti che non vogliono più tenere in casa. Molti capi, infatti, vengono gettati via anziché donati o rivenduti. Negli ultimi 25 anni la quantità di indumenti acquistati nell'Unione Europea, per persona, è aumentata del 40%, in seguito ad un repentino calo dei prezzi. Questo comportamento dei consumatori ha comportato la riduzione del ciclo di vita dei prodotti tessili. I cittadini europei consumano ogni anno quasi 26 kg di prodotti tessili e ne smaltiscono all’incirca 11 kg.

 

 

Qualcosa sta cambiando

Gli indumenti usati possono essere esportati al di fuori dell'Unione Europea, ma per lo più vengono inceneriti o portati in discarica (87%). A livello mondiale, meno dell'1% degli indumenti viene riciclato come vestiario, in parte a causa di tecnologie ancora inadeguate. Secondo la direttiva sui rifiuti, approvata dal Parlamento europeo nel 2018, i Paesi dell'Unione saranno obbligati a provvedere alla raccolta differenziata dei prodotti tessili entro il 2025. La nuova strategia della Commissione comprende anche misure volte a sostenere materiali e processi di produzione circolari, a contrastare l’utilizzo di sostanze chimiche pericolose e ad aiutare i consumatori a scegliere capi sostenibili.

 

 

I provvedimenti più recenti

Negli anni più recenti sono poi arrivati il Green Deal e il nuovo Piano d’azione per l’economia circolare. Quest’ultimo strumento, in particolare, contiene misure aggiuntive – anche nel settore tessile - per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio. Il provvedimento include anche norme più severe sul riciclo e obiettivi vincolanti, da raggiungere entro il 2030, sull’uso e l’impronta ecologica dei materiali. Molto rilevanti, anche per il settore fast fashion, sono infine le misure richieste contro la dispersione delle microfibre nell'ambiente e standard più severi, da adottare per ridurre il consumo di acqua.