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Pacifico, come sta crescendo l'isola di plastica? Plastica in mare - Credit: iStock
GREEN 8 agosto 2020

Pacifico, come sta crescendo l'isola di plastica?

di Melissa Viri

La Pacific Garbage Patch è formata esclusivamente da almeno 80 mila tonnellate di spazzatura e plastica

Negli ultimi anni si tende sempre più a demonizzare la plastica: è infatti difficilmente smaltibile e resta per anni nell'ambiente, danneggiandolo inesorabilmente.

Per molti questa preoccupazione è solo teorica e potenziale: basterebbe però vedere l'isola di plastica formatasi nel cuore dell'Oceano Pacifico per rendersi conto della ferita che l'uomo ha inferto a Madre Natura.

L'isola più brutta del pianeta

Quando si pensa alle isole dell'Oceano Pacifico la mente corre subito a luoghi paradisiaci come Palau in Micronesia, Moorea in Polinesia Francese, Whitsunday a largo del Queensland oppure alle Isole Galapagos che hanno ispirato la teoria dell'evoluzione di Darwin grazie alla eccezionale diversità di flora e di fauna.

 

Eppure lo stesso oceano Pacifico, che cela fondali incantevoli ricchi di colori e vita, accoglie suo malgrado anche un'altra isola: la Great Pacific Garbage Patch formata solo ed esclusivamente da almeno 80 mila tonnellate di spazzatura e plastica, tra scatolame, imballaggi e bottigliette, accumulate nel tempo dalle incessanti correnti oceaniche.

 

Più che un'isola, sembra un piccolo continente viste le sue dimensioni: è paragonabile all'intera Penisola Iberica ed è il doppio dello stato del Texas. Il dato più allarmante non è però ciò che appare, ma ciò che si cela sotto la superficie di questa isola: proprio come accade per un iceberg, i rifiuti e la plastica che si vede è solo l'1% di quello che si nasconde sotto la superficie acquea.

Dai fiumi all'oceano

Il ricercatore dell'Università olandese di Utrcht, Matthias Egger, ha guidato un team di esperti alla volta della Great Pacific Garbage Patch per studiare da vicino questa isola di plastica del Pacifico. Durante i mesi di permanenza sul sito, ha lanciato in mare semplici reti da pesca fino alla profondità di 2 km, ovvero la profondità di questo agglomerato di plastica.

 

Una volta trainate le reti a bordo, Egger ha raccolto ben 12.000 pezzi in plastica di dimensioni medio-grandi ma soprattutto microplastiche che nel tempo si sono mescolate a zooplancton e sedimenti naturali.

 

Questa innaturale fusione spaventa gli ambientalisti in quanto sta a significare non solo che i pesci si nutrono di microplastiche, arrivando inquinati sulle tavole, ma anche che gli stessi microrganismi tendono a colonizzare queste plastiche, alterando l'ecosistema.

 

Si è stimato che il 90& delle plastiche presenti in mare derivi dai fiumi, in particolare quelli considerati più inquinati al mondo, dal Gange al Rio delle Amazzoni fino al nigeriano Oyono e al birmano Irrawaddy.

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