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Plastica tradizionale e plastica biodegradabile: che differenza c’è? Plastiche con mappamondo - Credit: iStock
GREEN 16 luglio 2021

Plastica tradizionale e plastica biodegradabile: che differenza c’è?

di Maura Corrado

Economica e resistente ma inquinante la prima. Eco-friendly e da perfezionare, la seconda

Si sente sempre più spesso parlare delle bioplastiche come soluzione all’inquinamento da plastica tradizionale e microplastiche che affligge sia i Paesi più sviluppati che i Paesi in via di sviluppo.

L’argomento è piuttosto complesso e presenta ancora dei punti controversi. Prima, però, è importante capire quali sono le differenze tra queste due categorie di materiali

La plastica tradizionale 

La plastica tradizionale è stata scoperta più di un secolo fa. Ha trovato subito un larghissimo impiego, grazie alle sue caratteristiche in termini di versatilità, resistenza e basso costo. Questo materiale è formato da macromolecole, più o meno lunghe e ramificate, chiamate polimeri. Si tratta di un prodotto artificiale derivato da due idrocarburi: petrolio e gas, sostanze composte esclusivamente da carbonio e idrogeno. La plastica presenta una notevole resistenza sia meccanica che al calore. L’elenco dei pregi della plastica tradizionale è piuttosto lungo: è facile da lavorare, resiste bene all’invecchiamento e alla corrosione, è praticamente immune da muffe, funghi e batteri e, come accennato, è molto economica. 

La pericolosità

La resistenza della plastica tradizionale ne determina anche la dannosità per l'ambiente, in termini di rilascio di anidride carbonica. Le materie plastiche che vengono bruciate producono diossina, sostanza altamente tossica e pericolosa. Una bottiglia di plastica tradizionale, se non viene riciclata, impiega dai 100 ai 1000 anni per decomporsi.

 

I sacchetti di plastica possono restare nell'ambiente fino a trent’anni. Il riciclo della plastica tradizionale, infine, non è così semplice come sembra. Non è sufficiente eseguire correttamente la raccolta differenziata. In un rapporto del 2018 dell’Ocse, si legge che a livello globale la quantità di plastica riciclata corrisponde al 14%-18% del totale. La percentuale rimanente finisce in inceneritori e termovalorizzatori (24%) oppure è lasciato nelle discariche o ancora viene disperso nell’ambiente (58%-62%).

La bioplastica: le materie prime

Il termine bioplastica riunisce in sé più significati e il suo utilizzo spesso genera confusione. La definizione viene utilizzata in diversi contesti con almeno tre significati che, a livello industriale, possono essere posseduti anche dallo stesso materiale. Il prefisso bio può innanzitutto fare riferimento all’origine delle materie prime impiegate.

 

La bioplastica rimane sempre un materiale polimerico, ma in questo caso è biologica perché deriva da materie prime di origine vegetale, rinnovabili ad ogni ciclo di raccolta, come mais, cereali, barbabietole. Inoltre, il processo di produzione non prevede il rilascio di CO2 nell'atmosfera. È stato calcolato che ad ogni Kg di bioplastica prodotta corrisponde una riduzione di 3,09 Kg di anidride carbonica nell'atmosfera.

La biodegradabilità

Il prefisso bio può inoltre far riferimento alla capacità di biodegradarsi. Un esempio concreto è quello delle bio-plastiche impiegate per la produzione di oggetti compostabili. In questo caso la parola bioplastica (o biopolimero) si riferisce a una caratteristica importante quando il prodotto diventa un rifiuto (ad esempio, i sacchetti dell’ortofrutta). Bisogna però precisare che bioplastica e plastica biodegradabile non sono sinonimi. Un materiale ottenuto da materie prime di origine vegetale non è automaticamente anche biodegradabile. Può essere riciclabile ma non compostabile. 

Da cosa dipende la biodegradabilità

La biodegradabilità, infatti, dipende da una serie di fattori: condizioni ambientali, temperatura, presenza di microrganismi, presenza di ossigeno e acqua. Un esempio in campo cosmetico aiuterà a capire meglio. I flaconi destinati a contenere prodotti cosmetici a base acquosa non possono essere in plastica biodegradabile, poiché è molto difficile, se non impossibile, trovare un materiale biodegradabile che possa resistere a questo tipo di cosmetici senza sciogliersi.

 

Inoltre, sempre in campo cosmetico, c’è la necessità di garantire una scadenza del prodotto piuttosto lunga, che purtroppo non è raggiungibile con nessuno dei materiali biodegradabili. Il prefisso bio, quando parliamo di bioplastiche, può infine far riferimento alla biocompatibilità, che ha importanti applicazioni in ambito medico e chirurgico. La bioplastica, infatti, può entrare in contatto con i fluidi e i tessuti del corpo umano senza procurare danni o rigetto. Questa tipologia di polimeri può anche essere biodegradabile nel corpo umano (polimeri bio-assorbibili). 

Bioplastica, vantaggi e ostacoli

La bioplastica ha dunque un impatto ambientale molto inferiore rispetto alla plastica tradizionale. In molti campi di applicazione, la bioplastica offre prestazioni del tutto analoghe a quelle della plastica tradizionale. Il settore alimentare è tra i più coinvolti nel ridurre l’enorme quantità di rifiuti da plastica tradizionale monouso.

 

E ad oggi ci sono molte bioplastiche certificate come idonee al contatto con gli alimenti. I parametri relativi all’utilizzo di energia e alle emissioni di gas serra fanno propendere per le plastiche a base bio, rispetto a quella tradizionale. Tuttavia, la produzione di materie prime da destinarsi alle bioplastiche non è esente da effetti negativi, come l’eutrofizzazione e l’acidificazione dei terreni dove vengono realizzate le coltivazioni. Inoltre, le bioplastiche biodegradabili si degradano in tempi che, per quanto brevi, potrebbero essere sufficienti per avere un impatto negativo su fauna e uccelli marini. Quindi, anche le bioplastiche non devono essere disperse nell’ambiente, ma conferite correttamente. 

La diffusione della bioplastica in Italia

In Italia la bioplastica è sempre più diffusa, come certifica l’ultimo rapporto di AssoBioplastiche. Il 2020, infatti, si è chiuso con il segno più in termini di fatturato (+9,7%, 815 milioni di euro), produzione (+9,6%, 110,7 mila tonnellate) e aziende coinvolte (+ 1,1%, 278). Più in particolare, le shopper (i sacchetti monouso per asporto merci) si sono attestate a circa 58.000 tonnellate (+2,7% sul 2019), nonostante la permanenza sul mercato di sacchetti illegali.

 

I film per imballaggi (alimentare e non) hanno evidenziato una particolare vivacità, con tassi di incremento vicini al +20%. Gli articoli monouso compostabili hanno fatto segnare un +116%. Positivo anche il comparto dei sacchetti per l’umido (+3,5% circa). “L’Italia è un esempio, per l’Europa e per il mondo, di come si può coniugare la crescita economica con la sostenibilità ambientale”, ha dichiarato il presidente di AssoBioplastiche Marco Versari. 

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