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Qual è la differenza tra green economy e blue economy Il mondo fatto di erba su un tronco - Credit: iStock
GREEN 12 ottobre 2021

Qual è la differenza tra green economy e blue economy

di Maura Corrado

Superare i limiti della green economy studiando gli ecosistemi, in particolare quelli marini, per replicarne le leggi di funzionamento: ecco la blue economy.

Green economy: un’espressione con cui tutti, ormai, abbiamo imparato a familiarizzare, soprattutto quando si parla di lotta ai cambiamenti climatici.

Tuttavia, c’è un modello di economia sostenibile che si spinge ancora più in là, rispetto alla green economy: è la blue economy.

 

 

Che cos’è la blue economy

La blue economy è un modello economico che mira alla creazione di un ecosistema sostenibile attraverso la rigenerazione delle risorse. Come già accennato, rappresenta uno sviluppo della green economy. Mentre quest'ultima ha come obiettivo una riduzione delle emissioni di anidride carbonica entro un limite accettabile, l'economia blu prevede di arrivare all’ambizioso traguardo “emissioni zero”. In comune con la green economy condivide lo sforzo di utilizzare energia ricavata da fonti rinnovabili e di creare prodotti sempre più "sostenibili”. Come suggerisce il nome, la blue economy ha come punto di partenza la "purezza del mare" e l’attuazione di un tipo di pesca sostenibile. La scarsità di informazioni a riguardo dipende anche dal fatto che quello di blue economy è un concetto ancora relativamente “giovane”.

 

 

Il libro di Gunter Pauli

Il modello è stato proposto per la prima volta dall’economista belga Gunter Pauli, nel libro “The Blue Economy: 10 years, 100 Innovations. 100 Million Jobs”. L'obiettivo dell'economia blu non è investire di più nella tutela dell'ambiente ma, grazie alle innovazioni in tutti i settori dell'economia che utilizzano sostanze già presenti in natura, di effettuare minori investimenti, creare più posti di lavoro e ottenere un ricavo maggiore.

 

 

La biomimesi

L'economia blu si basa sullo sviluppo di principi fisici, utilizzando tecniche scientifiche come la biomimesi, un settore ancora poco conosciuto che si fonda sullo studio e sull'imitazione delle caratteristiche delle specie viventi. Lo studio del funzionamento della natura ci insegna, infatti, che nulla è sprecato e tutto viene riutilizzato in un processo che trasforma i rifiuti in materie prime. Imitare questi processi nelle attività umane significa individuare nuove tecniche di produzione e migliorare quelle già esistenti. In estrema sintesi, l’obiettivo è “fare di più con ciò che si ha”. Negli ecosistemi non c’è crisi, non c’è disoccupazione e non ci sono rifiuti. Perché? Perché ognuno fa la sua parte, perché tutto si ricicla e perché il sistema è resiliente, dunque è in grado di adattarsi ai cambiamenti.

 

 

Un aiuto dalla natura

Anche l’uomo potrebbe raggiungere questo stato delle cose attraverso la biomimesi, disciplina che, come già accennato, si occupa di studiare - e possibilmente imitare - i processi biologici e biomeccanici della flora e della fauna terrestre. In questo settore, gli scienziati studiano attentamente la natura per cercare soluzioni da poter applicare alle attività umane. In natura, infatti, esistono molte innovazioni che, attraverso un’osservazione accurata e curiosa, riusciremmo a fare nostre e a replicare per risolvere gli attuali problemi.

 

 

Esempi concreti di blue economy

L'innovazione, intesa come cambiamento generato dalla condivisione delle conoscenze, riveste un ruolo molto importante nella blue economy. Un esempio concreto arriva dal professor Jorge Reynolds, il quale ha inventato un pacemaker senza batterie, difficili da riciclare. Grazie alle conoscenze acquisite sul funzionamento degli organismi viventi in relazione all'ambiente, ha individuato il modo per far funzionare il pacemaker attraverso la temperatura corporea e la pressione generata dalla voce. La blue economy applicata al business si traduce nel "blue thinking", strategia volta all'innovazione della trasformazione: vuol dire concepire il cambiamento nelle modalità di sviluppo, a tutela dell'ambiente, non come un onere (come molti, ad esempio, intendono la green economy) ma come un oceano di possibilità. Un altro esempio aiuterà a comprendere meglio questo approccio. Quando beviamo una tazza di caffè ingeriamo solo lo 0,2% della biomassa raccolta dall’agricoltore. Il resto, il 99,8%, viene gettato via. Ma non è materiale di scarto. Esistono numerose realtà, in tutto il mondo, che utilizzerebbero questi scarti, ad esempio per coltivare altri alimenti. Questo è il concetto di blue economy.

 

 

Il progetto in Sicilia

Un’applicazione concreta dei principi della blue economy è stata effettuata di recente anche in Sicilia, nel settore della pesca. Si è concluso da poco, infatti, un progetto di “crescita blu” per il rilancio del settore ittico, in collaborazione con altri Paesi del Mediterraneo. Dal 2017 al 2020 sono state sviluppate strategie per limitare i rigetti in mare attraverso la valorizzazione di risorse marine non adeguatamente utilizzate. Gli scarti della pesca sono stati impiegati in altri processi produttivi, come l’acquacoltura. È stata ottenuta una riduzione degli sprechi alimentari e i pescherecci da rottamare, infine, sono stati utilizzati come sedi per la formazione professionale e come luoghi di fruizione turistica e culturale. Riuso e circolarità, dunque, accomunano green e blue economy. La blue economy, in generale, propone nuove soluzioni per le attività legate agli oceani: pesca, acquacoltura, industria della trasformazione alimentare, cantieristica. E ancora: servizi connessi alla nautica da diporto, turismo costiero e attività estrattive. Un potenziale enorme, per il quale la Commissione europea ha intenzione di destinare diversi miliardi di euro nel bilancio UE 2021-2027. I fondi stanziati, inoltre, consentiranno di sostenere anche i progetti delle startup che sviluppano prodotti, materiali e servizi innovativi a tema blue economy.

 

 

I limiti della green economy

Si parla spesso di blue economy in quanto questo approccio nasce anche da un’analisi dei limiti della green economy. Tra i limiti individuati nel processo di crescita verde, ci sono infatti: l’aumento della spesa energetica, la creazione di nuove criticità (ad esempio la produzione di energia elettrica per la mobilità privata causa pressioni sulle riserve di litio, rame e cobalto), il potenziale (attualmente) limitato del riciclo, cambiamenti tecnologici insufficienti e inappropriati e uno spostamento dei costi ambientali da un’area del mondo a un’altra. Nel caso della blue economy, invece, si cerca di andare oltre: anziché sostituire un elemento tossico con uno meno inquinante, si punta ad utilizzare nuovi processi del tutto verdi e sostenibili, in ogni area del mondo.

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