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Quali sono le conseguenze dell'inquinamento del mare?

Una tartaruga di mare nuota tra la plastica- Credit: iStock

INQUINAMENTO29 luglio 2022

Quali sono le conseguenze dell'inquinamento del mare?

di Maura Corrado

L’acidificazione, ad esempio, danneggia fortemente conchiglie e coralli.

Plastica e microplastiche, mozziconi di sigaretta, metalli pesanti e rifiuti di ogni genere… Non tutto il mare è bandiera blu. Ogni anno grandi quantità di sostanze inquinanti entrano nei mari e negli oceani di tutto il mondo. Si stima che circa l'80% del materiale inquinante che finisce in acqua provenga dalla terraferma. Le acque coprono circa il 70% della superficie terrestre, dunque si tratta di un problema da considerare su scala globale.

 

 

L’inquinamento da plastica 

La plastica fa parte della nostra vita quotidiana. Sappiamo ormai tutti, però, che si tratta di un materiale tanto pratico quanto pericoloso per l’ambiente. Come finisce la plastica in mare? Se non correttamente riciclata o incenerita, la plastica si accumula come scarto a terra per poi finire, soprattutto durante la stagione estiva, nell’ambiente marino. Più della metà dei rifiuti di plastica entrano in mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi. Quale tipo di plastica finisce in mare? Un po’ di tutto: bottigliette, flaconi e contenitori vari, piatti e stoviglie monouso, sacchetti, frammenti di reti da pesca e perfino rifiuti provenienti dai dispositivi elettronici. 

 

 

Le conseguenze più evidenti

Gli oceani hanno un grande potere auto-depurante, sia per la composizione dell’acqua marina sia per la sua massa, il che consente spesso un’efficace diluizione e ossigenazione. Ciò, tuttavia, non significa che non si verifichi inquinamento. La situazione è più problematica, invece, nei mari chiusi e lungo le coste. In questo caso, infatti, la diffusione di sostanze inquinanti può causare danni anche gravi sia all’ecosistema marino che alla salute dell’uomo. La conseguenza più evidente è che in alcune zone è vietata la balneazione. Le fonti di inquinamento marino più diffuse sono gli scarichi - urbani e industriali - di sostanze organiche: attaccati da microrganismi che consumano ossigeno, questo finisce per essere tolto agli altri organismi marini. In alcuni casi gli scarichi urbani e industriali contengono anche sostanze non degradabili, come metalli pesanti e sostanze radioattive, che avvelenano l’acqua provocando la moria di pesci.

 

 

Le microplastiche

Un fenomeno oggetto di studi e ricerche è l’inquinamento marino da microplastiche, meno evidente rispetto a quanto descritto prima. Quando la plastica si decompone in micro-frammenti – di dimensioni comprese tra gli 0,33 mm e i 5 mm – può infatti causare (anche se più lentamente) conseguenze devastanti per interi ecosistemi. Il problema della plastica è che, come materiale, degrada molto lentamente. Impiega centinaia di anni per sciogliersi, anni durante i quali si trasforma in particelle microscopiche facilmente ingeribili da pesci ed altri organismi. Spesso si tratta di pesci che poi mangiamo. Quindi, alla fine di questo processo inquinante, le microplastiche finiscono nel nostro organismo. Gli impianti di depurazione, purtroppo, non riescono a filtrare le microplastiche, visto che si tratta di frammenti davvero molto piccoli: quindi riescono a raggiungere facilmente il mare. Nei mesi scorsi sono stati pubblicati studi in base ai quali tracce di microplastiche sono state rinvenute nei nostri polmoni, nella placenta e anche nel sangue. Le conseguenze legate alla presenza delle microplastiche nel nostro organismo sono ancora in fase di studio. 

 

 

Acidificazione degli oceani e conchiglie

È possibile immaginare un mondo senza conchiglie e coralli? La risposta è ovviamente no, ma bisogna agire in fretta perché il punto di non ritorno è vicino. Se non fosse stato per gli oceani, dall'inizio dell'era industriale ad oggi la temperatura dell’atmosfera sarebbe di 36°C più alta. Più CO2 in atmosfera significa anche più CO2 in mare: nell’ambiente marino l’anidride carbonica rilascia ioni di idrogeno diminuendo il pH e causando un grave disequilibrio chimico. Attualmente mari e oceani assorbono all’incirca il 30% dell’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera. A causa di quest’attività incessante, il loro pH continua costantemente ad abbassarsi: se questo trend non s’invertirà nei prossimi decenni, ci saranno effetti irreversibili per l’uomo e la scomparsa di diverse specie marine, come conchiglie e coralli. Deforestazione e combustibili fossili, ad esempio, fanno molto male alle attività di mari e oceani. Con un pH marino a 7.9 – invece dell’attuale 8.1 - la sopravvivenza del plankton verrebbe messa a rischio, innescando una reazione a catena. Ad esempio, verrebbe a mancare un’importante fonte di nutrimento per le balene e i salmoni.

 

 

Fonti inquinanti puntuali e non 

Le fonti inquinanti non puntuali sono tutti quegli inquinanti che vengono prodotti non da un'unica sorgente, ma da più sorgenti distribuite sul territorio. Veicoli, industrie e allevamenti possono produrre sostanze inquinanti che, soprattutto attraverso la pioggia, possono essere accumulate, convogliate in un corso d'acqua e trasportate fino in mare. In questi casi, dunque, non è un singolo allevamento o una singola vettura a generare tutto l'inquinamento, ma si tratta dell'unione di tante piccole sorgenti. Le fonti puntuali, invece, provengono da una singola area, come accade ad esempio per le fuoriuscite di petrolio o di sostanze chimiche causate da incidenti o da attività illegali. Si stima che il 90% dell’inquinamento marino sia causato da azioni umane dannose, volontarie e sistemiche. Solo il restante 10% è dovuto a errori accidentali, come gli incidenti di navigazione. In ogni caso, le conseguenze sono disastrose, a partire dalla moria dei pesci. 

 

 

Il dolphin watching sostenibile

Se ogni anno tonnellate di rifiuti finiscono in mare è anche a causa dell’inciviltà di vacanzieri e di imprenditori turistici che non rispettano le regole sullo smaltimento dei rifiuti. Anche un’attività suggestiva, come l’osservazione di balene e delfini nel loro ambiente naturale, va svolta rispettando le esigenze di questi animali. In Italia è possibile praticare il dolphin watching sostenibile grazie a Friend of the Sea. L’associazione, infatti, collabora con gli operatori turistici dell’Arcipelago della Maddalena, del Golfo Aranci e dell’Area marina protetta delle isole Pelagie. Grazie alla certificazione Sustainable Dolphin and Whale Watching, è possibile avvistare balene e delfini adottando un codice di condotta a basso impatto ambientale. Ad esempio, bisogna rispettare una “velocità lenta e costante”, cioè inferiore o uguale a 5 nodi nell’area di osservazione, e una distanza minima di 100 metri dalle balene e di 50 metri dai delfini.