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Quanto inquina produrre energia elettrica?

Mappa dell'illuminazione notturna in Europa e Nord Africa- Credit: iStock

GREEN22 dicembre 2021

Quanto inquina produrre energia elettrica?

di Maura Corrado

Le centrali alimentate con combustibili fossili rilasciano notevoli emissioni di CO2 e altre sostanze dannose per l’uomo e l’ambiente.

Il consumo di energia elettrica, o meglio, a monte, la sua produzione, comporta ancora in gran parte l'impiego di combustibili fossili e altri agenti inquinanti che, data la tossicità delle emissioni, ha come conseguenza un notevole impatto ambientale.

 

 

Le emissioni nocive

Come già detto, la principale fonte di produzione dell'energia elettrica è ancora legata ai combustibili fossili (carbone e petrolio). Ne deriva che l'impatto ambientale risulta piuttosto elevato, in termini di emissione di CO2 nell'atmosfera. L’anidride carbonica, infatti, rappresenta il tipico prodotto di scarto dei processi di combustione necessari per il funzionamento delle centrali ed è anche il principale gas che causa l’effetto serra. Oltre all'anidride carbonica, la produzione di energia elettrica (e, conseguentemente, i suoi livelli di consumo) da fonti non rinnovabili, è casa di ulteriori agenti inquinanti. Da un lato, ad esempio, si possono considerare tutti i gas di scarto prodotti dalla combustione, che presentano un effetto deleterio sia per l’ambiente che per la salute umana. Dall'altro, prendendo in considerazione un’altra fonte di produzione dell'energia elettrica, il nucleare – fonte considerata “pulita” ma oggetto da decenni di accesi dibattiti sul tema della sicurezza - si attiva la produzione di scorie che possono presentare livelli residui di radioattività per centinaia di anni.

 

 

Le sostanze sotto accusa

Tra le sostanze emesse durante la produzione di energia elettrica, oltre alla CO2, ci sono:

  1. il monossido di carbonio (CO), un altro gas velenoso;

  2. ossidi di azoto (NOx), che irritano e danneggiano i polmoni;

  3. l’anidride solforosa (SO2), elemento principale causa delle piogge acide, ma dannoso anche per la salute umana (malattie cardiovascolari e problemi respiratori);

  4. il particolato atmosferico (PM), di cui si parla spesso nei telegiornali: è causa di disturbi ai polmoni come asma, bronchite ed enfisema;

  5. metalli pesanti (come il mercurio) che, anche in piccolissime quantità, possono comunque risultare pericolosi.

Le centrali che determinano la maggiore diffusione di particolati sono quelle alimentate con carbone e petrolio, mentre il metano produce un ridotto livello di emissioni, sia di polveri che di gas serra e altri gas nocivi.

 

 

Lo scenario attuale

Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), quello legato alla produzione di energia è il settore più inquinante in assoluto, seguito da agricoltura e industria. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il settore energetico globale alimentato da combustibili fossili è ancora in crescita e, con esso, anche il volume di anidride carbonica emesso in atmosfera. Negli ultimi venti anni, le emissioni di anidride carbonica derivanti dall’industria elettrica sono aumentate del 53% in tutto il mondo. E si prevede che, in futuro, oltre la metà di tutte le emissioni proverrà da questo settore. Numeri in aumento che si discostano in maniera netta dagli obiettivi internazionali di neutralità climatica.

 

 

Lo studio americano

Se quanto appena detto vale in generale, l’attualità ci restituisce uno scenario ancor più dettagliato in merito all’inquinamento generato durante la produzione di energia elettrica. Una piccola percentuale di impianti di produzione – i cosiddetti “super-inquinatori” - è infatti responsabile di una fetta molto vasta delle emissioni globali di CO2 dell’intero settore. Lo spiega uno studio pubblicato nei mesi scorsi su Environmental Research Letters, dal titolo “Reducing CO2 emissions by targeting the world’s hyper-polluting power plants”. Nel documento, un gruppo di ricercatori dell’università Boulder del Colorado ha analizzato i dati (riferiti al 2018) relativi alle emissioni di anidride carbonica di oltre 29.000 centrali elettriche, in 221 Paesi, alimentate con combustibili fossili. Dai dati raccolti emerge che il 5% dei super-inquinatori contribuisce per il 73% dell’anidride carbonica complessivamente generata dal settore elettrico su scala mondiale, anche se con ampie differenze tra aree geografiche.

 

 

Chi sono i “super-inquinatori”

In Cina, ad esempio, il 5% delle centrali più inquinanti è responsabile del 24% circa delle emissioni totali, mentre in altri Stati, come Stati Uniti, Australia, Giappone e Germania, il gruppetto di super-inquinatori vale tra il 75% e l’89% della CO2 totale proveniente dalla produzione di elettricità. Le dieci centrali più “sporche” in assoluto, nel mondo, sono tutte a carbone. Due si trovano in Europa: quella polacca di Belchatow è al primo posto di questa particolare classifica, con oltre 37 milioni di tonnellate all’anno di CO2, mentre quella tedesca di Niederaussem è al settimo posto e ogni anno rilascia in atmosfera oltre 27 Mt di anidride carbonica. Gli altri impianti presenti nella top-ten si trovano tutti in Asia, tra Cina, India, Giappone, Taiwan e Corea del Sud. Lo studio giunge alla conclusione che colpendo in maniera mirata questi “super-inquinatori”, presenti nei Paesi appena elencati, si potrebbe ottenere un abbattimento considerevole di tutte le emissioni di anidride carbonica, con grande beneficio a livello globale.

 

 

Le previsioni

Più nel dettaglio, lo studio americano ha esaminato di quanto diminuirebbero le emissioni globali nella produzione di elettricità se i super inquinatori dovessero tagliare le emissioni di CO2. Se il 5% dei maggiori inquinatori allineasse la propria intensità di emissione alla media globale, per gli impianti a combustibili fossili, le emissioni mondiali di anidride carbonica potrebbero diminuire del 25%. Se gli impianti a carbone e petrolio, sempre nel primo 5% degli inquinatori, passassero al gas naturale, le emissioni globali diminuirebbero del 29,5%. Infine, se le medesime strutture incorporassero la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS), le emissioni globali di carbonio diminuirebbero del 48,9%. In Paesi come la Cina, poi, che hanno numerosi impianti di medie dimensioni, potrebbe essere saggio espandere questo tipo di interventi di abbattimento delle emissioni dal top 5% al top 10% degli impianti.

 

 

L’impatto positivo delle fonti rinnovabili

Il crescente ricorso alle fonti rinnovabili, almeno nei Paesi dell’Unione Europea, ha invece ridotto in maniera significativa le emissioni di gas serra. A beneficiarne è stata anche la qualità dell’aria e dell’acqua. Numerosi studi dimostrano che, anche per gli anni a venire, il passaggio (sia nella produzione che nel consumo) dall’uso diretto di combustibili fossili all’elettricità da fonti rinnovabili produrrà una migliore qualità dell’aria nelle città, grazie alla riduzione di emissioni inquinanti locali.