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Sostenibilità ambientale: 5 cose che sembrano green ma non lo sono Pale eoliche - Credit: iStock
GREEN 22 giugno 2021

Sostenibilità ambientale: 5 cose che sembrano green ma non lo sono

di Maura Corrado

Ecco i “lati oscuri” di alcuni prodotti simbolo della sostenibilità

Bio, green, eco, sostenibile, vegan, cruelty-free… Sono tanti i termini che oggi utilizziamo quando vogliamo parlare di un prodotto o di un comportamento che rispetta l’ambiente, gli animali, i lavoratori, ecc.

In alcuni casi, però, bisogna prestare attenzione. Il rischio di farsi ingannare dal greenwashing, cioè dall’ambientalismo di facciata o, anche quando si è animati dalle migliori intenzioni, da una conoscenza non approfondita delle cose, è molto elevato. Ecco alcuni esempi.

Cosmetici e detersivi

Quando devi acquistare un cosmetico viso-corpo o un detersivo per la casa, stai attento a non farti ingannare dalle trappole del marketing. Se sulla confezione di una crema, ad esempio, è evidenziata la presenza di un ingrediente di origine naturale, anche bio, non è detto che si tratti di un cosmetico sostenibile. L’ingrediente in questione, infatti, potrebbe essere presente solo in quantità minime, mentre il resto della formulazione, invece, potrebbe essere costituito da ingredienti chimici, inclusi quelli potenzialmente dannosi per la salute. Imparare a “decifrare” le etichette è fondamentale. Stesso discorso per i detergenti per la casa, che potrebbero essere sostenibili solo a metà. Prendiamo ad esempio un detersivo liquido per il bucato o per i piatti. Sulla confezione viene evidenziata la riciclabilità del packaging, anche al 100%, ma la formulazione rimane quella tradizionale, cioè quella che inquina fiumi e mari, a causa della presenza di tensioattivi derivanti dalla lavorazione del petrolio.

Cotone 

Passiamo all’abbigliamento. Il consiglio di acquistare capi realizzati con fibre naturali, tra cui il cotone, è sempre valido. Le fibre naturali fanno respirare la pelle e non rilasciano microplastiche nell’ambiente. La coltivazione del cotone, tuttavia, ha un impatto ambientale notevole, soprattutto se intensiva. Ogni anno migliaia di persone perdono la vita a causa dell’utilizzo di grandi quantità di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici che inquinano, prima attraverso l’assorbimento delle sostanze tossiche da parte del terreno e poi attraverso la successiva immissione nelle falde acquifere. Per non parlare del consumo di acqua e di energia necessario per produrre questa fibra. Se puoi, scegli il cotone organico (o biologico, meglio ancora se certificato), che abbassa del 46% il rischio di riscaldamento globale, del 70% il rischio di acidificazione di suolo e acqua. Il cotone bio, inoltre, riduce del 91% il consumo di “acqua blu” (quella sottratta ai canali sotterranei o ai bacini in superficie), grazie all’utilizzo dell’”acqua verde” (cioè acqua piovana e umidità del terreno).

Lana e cachemire 

Anche per lana e cachemire ci sono dei distinguo da fare. La lana è una fibra naturale, durevole e biodegradabile. Controlla sempre l’etichetta, però, prima di acquistare un maglione. Se possibile, compra lana pura al 100% senza componenti sintetiche. Queste ultime, infatti, influiscono sul modo in cui la fibra si biodegrada o viene riciclata. Inoltre, alcune fibre di lana hanno un impatto ambientale maggiore rispetto ad altre. Il cachemire, ad esempio, è associato a fenomeni come desertificazione e pascolo eccessivo causati dall’aumento delle greggi, che sono sempre più numerose perché questa fibra è sempre più richiesta e diffusa. L’alpaca, utilizzata da diversi brand di moda sostenibile, ha un impatto minore rispetto al cachemire. In questo caso gli animali pascolano in greggi meno numerose e sono più proficui per la quantità di lana che producono, in una gamma di nuance naturali che non richiede necessariamente la tintura. 

Fonti rinnovabili

L’utilizzo di energia elettrica da fonti rinnovabili è sempre più importante per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Le pale eoliche sfruttano l’energia del vento. L’utilizzo di questa fonte rinnovabile ha molti vantaggi. Tuttavia, da anni, c’è un dibattito molto acceso sia sull’impatto visivo degli impianti (“Le pale eoliche deturpano il paesaggio”) che sull’inquinamento acustico che produrrebbero. Per quanto riguarda l’impatto visivo, più specificamente per gli impianti da installare in mare, il problema può essere risolto sistemando le pale ad una maggiore distanza dalla costa. Più complessa, invece, è la questione che riguarda gli impianti da installare nelle aree collinari, con progetti bloccati, proteste di cittadini e amministratori, contenziosi aperti che durano anni.

 

Altrettanto acceso è il dibattito sulle emissioni acustiche. Tuttavia, le turbine di nuova costruzione sono molte silenziose, mentre per le pale eoliche classiche è stato stimato che, a una distanza superiore ai 200 metri, il rumore generato dalla rotazione si confonde del tutto con il rumore del vento che attraversa la vegetazione circostante. Anche i pannelli solari di ultima generazione possono essere inquinanti. Le celle solari più promettenti in termini di efficienza, a base di perovskite e prossime alla diffusione su larga scala, contengono piombo che può essere rilasciato nell'ambiente e assorbito dalle piante. Gli studiosi hanno proposto di sostituire il piombo con lo stagno. Quest’ultimo, infatti, pur essendo tossico si ossida molto più velocemente. 

I biocarburanti

I carburanti tradizionali – ormai lo sappiamo tutti - inquinano, ci rendono dipendenti dai produttori di petrolio, una risorsa non rinnovabile che andrà via via esaurendosi. Come alternativa sostenibile sono stati creati i biocarburanti, ottenuti da coltivazioni agricole come grano, mais, canna da zucchero e altre. Se i biocarburanti da un lato riducono l’emissione di sostanze nocive, dall’altro ci sono diversi “lati oscuri”. Ad esempio, per coltivare queste risorse spesso si deforesta come accade in Sud America con il mais e con l’olio di palma nel sud est asiatico. Inoltre, in molti casi non si utilizzano solo gli scarti agricoli, ma le piante sono coltivate appositamente per diventare carburanti, sottraendo così risorse all’agroalimentare e creando una speculazione finanziaria che fa aumentare il prezzo delle materie prime. In merito alla questione, lo scorso anno Legambiente ha presentato il dossier “Più olio di palma nei motori che nei biscotti”, a cui è stata abbinata una petizione.

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