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Le nuove bombe atomiche, 75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki - Credit: maria oswalt/Unsplash
SPESE PER GLI ARMAMENTI 6 agosto 2020

Le nuove bombe atomiche, 75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki

di Luigi Gavazzi

Impressionanti gli investimenti della Russia, ma Usa e Cina non stanno a guardare

Il 6 agosto del 1945, 75 anni fa, alle 8:15 del mattino un aereo dell'aeronautica militare statunitense sganciò sulla città giapponese di Hiroshima la bomba atomica "Little Boy"; il 9 agosto un'altra bomba, "Fat Man" venne sganciata su Nagasaki.

Le conseguenze dirette e indirette sono state tragiche per la popolazione civile e hanno cambiato definitivamente la percezione della storia e delle possibilità distruttive degli ordigni fabbricati dall'uomo.
Oggi a 75 anni da quei giorni, però, la produzione di nucleare militare e distruttivo è in piena attività.

Tredicimila atomiche

Nel mondo ci sono 13.400 bombe atomiche. Le ha censite il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute. Sipri.org), un istituto indipendente al quale l’Onu attinge per dati e informazioni sulla sicurezza internazionale. Se ci sembrano tante – e in effetti lo sono – va ricordato però che negli anni ’70 e ’80, al culmine della guerra fredda, erano più di 70mila.
Tutto bene dunque?

I paesi che hanno la bomba atomica

Non esattamente, perché ora sono molti di più i paesi che posseggono ordigni atomici, e soprattutto, la tecnologia che produce e governa questi strumenti è molto più avanzata e sofisticata, e le bombe sono, dunque, più potenti e i vettori che le trasportano sono più veloci. 

 

 

Ufficialmente i paesi che posseggono ordigni nucleari sono:

Stati Uniti (5800 testate nel 2020)

Russia (Russia, 6375)

Regno Unito (215)

Francia (290)

Cina (320)

India (150)

Pakistan (160)

Israele (90)

Corea del Nord (30-40).

 

 

Soprattutto, ci dice il Sipri, nel 2019 il totale ufficiale delle spese militari mondiali è aumentato a 1.917 miliardi di dollari, segnando un 3.6% in più rispetto al 2018. È il tasso più elevato di aumento dell’intero decennio.

 

 

Va notato che se rispetto al 2019 il numero di testate nucleari è diminuito – erano 13.865 – ma oggi, spiega Andrea Tarquini su Repubblica, si lavora ad atomiche assistite da molta più elettronica e reti internet protette su cui far viaggiare dati superveloci, sfruttando la miniaturizzazione come si fa del resto anche per l’atomo pacifico”.

La Russia

È in particolare la Russia di Putin che ha dato avvio alla produzione di quelle che vengono definite le “atomiche superveloci”. Sono ordigni intercontinentali, annunciati in pompa magna lo scorso anno, che permetteranno alla Russia di non essere seconda a nessuna anche negli anni a venire, secondo le parole magniloquenti del presidente russo, grazie a vettori di trasporto cinque volte più veloci dei precedenti. Mosca ha già schierato vettori a medio raggio puntati sull’Europa, e usato il superjet invisibile Sukhoi 57, capace di portare bombe nucleari, e già sperimentato – con bombe convenzionali – in Siria.

La scelta strategica di Putin, osserva ancora Tarquini, si sta rivelando molto minacciosa e importante dal punto di vista della strategia militare. D’altra parte ha un effetto di “freno enorme per lo sviluppo pacifico dell’economia russa, il cui Pil equivale a quello olandese o a due terzi di quello brasiliano”.

Trump

Anche Trump è molto attivo. Ha ordinato un grande aumento delle spese atomiche strategiche e tattiche; anche se ha scelto di ritirare enormi contingenti di truppe dai territori alleati europei.

La Cina

Ma anche la Cina, il Regno Unito e la Francia stanno investendo parecchio. Per la Cina, gli esperti Nato ritengono si possa addirittura dire che i nuovi vettori atomici intercontinentali a testata multipla, i Dong Feng (Lunga Marcia) 41,  siano più potenti, veloci e  precisi degli equivalenti russi o americani.

India e Pakistan

Anche l’India e il “nemico” pakistano si adeguano alla corsa di potenziamento nucleare, con la preoccupazione aggiunta di una leadership sovranista a New Delhi, dell’islamismo incombente a Islamabad e del pericolo sempre presente nel confronto regionale delle due potenze nemiche, eredi dell’impero britannico nel subcontinente.

Israele e l’Iran

Infine, Israele nel confronto con l’Iran e il suo possibile (probabile) programma nucleare militare – reso possibile dalla sciagurata mossa di Trump di porre fine al trattato voluto da Obama e da altri cinque paesi per controllare l’uso dell’energia atomica di Teheran in cambio dell’allentamento delle sanzioni. Per questo Tel Aviv continua lo sviluppo tecnologico  militare, anche se ciò persa parecchio sul welfare e in generale l’economia del paese. Senza contare che proprio l’Iran collabora con la Corea del Nord che è più avanti nel suo programma di sviluppo di ordigni e di vettori.

 

 

[Articolo pubblcato la prima volta il 24 giugno 2020 e modificato il 6 agosto 2020]

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