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Perché adesso l’inflazione comincia a preoccupare

Spaventano soprattutto gli effetti sui salari e le pensioni- Credit: edu lauton unsplash

economia17 novembre 2021

Perché adesso l’inflazione comincia a preoccupare

di Luigi Gavazzi

La Bce rassicura i mercati ma c’è chi teme gli effetti su consumi e investimenti

L’inflazione è tornata a far paura alle nostre economie impegnate nella ripresa dopo l’anno terribile 2020, colpito duramente dalla pandemia. Negli Stati Uniti, secondo gli ultimi dati, siamo al 6%: il massimo da 30 anni.

Nella zona euro siamo a un più modesto 3,4%: però partivamo da inflazione negativa solo alcuni mesi fa.

 

*Che succede dunque? E ci dobbiamo preoccupare?

Avevamo scritto alcuni mesi fa che quasi tutti gli economisti sostenevano fosse un problema effimero quello dell’inflazione, causato da una scarsità di offerta di alcuni beni e dell’energia, in buona parte dovuto alle conseguenze della pandemia sulle supply chain e dalla scarsità di offerta di manodopera in alcuni ambiti.

In un articolo del giugno scorso avevamo citato il premio Nobel Joseph Stiglitz che sosteneva che la pressione inflazionistica fosse in gran parte causata “da strozzature a breve termine dal lato dell’offerta, che sono inevitabili quando si rimette in moto un’economia”. Nelle catene di produzione ci sono alcuni colli di bottiglia che determinano un aumento dei prezzi; ma tendono a sistemarsi. Se il mercato del lavoro, continuava Stiglitz, dimostra qualche rigidità, è solo un bene, perché in questi casi i salari più bassi aumentano e i gruppi emarginati entrano nel mercato”.

 

Oltre il 2%

D’altra parte, la Bce la scorsa estate si era espressa chiaramente: tollereremo per un periodo prolungato un’inflazione superiore al 2%, perché aiuta a uscire dal rischio di economia stagnante tipico di inflazione bassa o addirittura negativa. Per dirla semplicemente, se i mercati si aspettano che il prezzo dei beni di consumo o di un macchinario scendano, si tende ad aspettare a comprare e a investire, di qui la stagnazione. Allora perché ora invece si torna a temere la corsa dei prezzi verso l’alto? Sulla Repubblica del 15 novembre, provano a rispondere Tito Boeri e Roberto Perrotti.

 

Se non fosse una buona inflazione?

Uno dei timori è che questa non sia una "buona" inflazione. Non sarebbe insomma una inflazione causata da un sano miglioramento dell'economia e da una crescita della domanda di beni e servizi e aumenti degli stipendi, ma da motivi "cattivi": l'aumento dei prezzi delle materie prime, dell'energia e del cibo, questi ultimi in particolare hanno un effetto negativo sulla fiducia dei consumatori.

Lagarde e la Bce

Il 16 novembre, sempre sulla Repubblica, Tonia Mastrobuoni spiega che il giorno prima Christine Lagarde, presidente della Bce, ha ammesso che l'inflazione potrebbe rimanere alta più a lungo del previsto anche se i prezzi energetici dovessero raffreddarsi, come previsto, già nei primi sei mesi del 2022. In generale, i colli di bottiglia dal lato degli approvvigionamenti potrebbero prolungarsi anch'essi. Lagarde però non prevede di attivare una stretta monetaria, come chiesto da alcuni banchieri tedeschi. Perché, dice Lagarde, avrebbe effetti deleteri sulla ripresa post pandemica.

Per ora quindi i tassi restano al lumicino. In dicembre, alla prossima riunione della Bce si scoprirà che ne sarà del programma di acquisti da 1850 miliardi per sostenere le economie euro, che dovrebbe scadere in marzo 2022.

 

Per ora ci fermiamo qui; nei prossimi giorni affronteremo la questione inflazione da una prospettiva globale, con attenzione alla relazione fra Usa e Cina, per afferrare i possibili sviluppi dei prossimi mesi.