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Beirut, proteste anti-governative dopo le dimissioni dell'esecutivo Beirut, proteste anti-governative dopo le dimissioni dell'esecutivo - Credit: Marwan Naamani / IPA / Fotogramma
ESTERI 11 agosto 2020

Perché il governo del Libano si è dimesso

di Michela Cannovale

Il premier: "Vogliamo combattere con il popolo", ma la piazza non è contenta

Sono bastati - per così dire - cinque giorni di scontri di piazza successivi all’esplosione nel porto di Beirut perché l’intero esecutivo libanese decidesse di dare le dimissioni.

 

Lo ha annunciato il premier Hassan Diab al termine di un consiglio dei ministri al palazzo del Gran Serraglio iniziato alle 15 di lunedì 10 agosto, assicurando però di “voler combattere con il popolo” in quanto “la tragedia” capitata nella capitale lo scorso 4 agosto, ha detto, è frutto della “corruzione endemica” che ha messo in ginocchio il Paese.

 

E ha puntato il dito contro alcuni partiti di governo, colpevoli di avere come “unica preoccupazione il regolamento dei conti politici e la distruzione di ciò che rimane dello Stato”.

“Viviamo ancora nell’orrore che ha colpito nel profondo il Libano”, ha ammesso.

 

La decisione di Diab dovrà adesso essere ufficializzata anche dal presidente Aoun, che a sua volta nominerà un esecutore per formare un nuovo esecutivo.

 

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Gli scontri dopo l'annuncio di Diab

Nel frattempo, i ministri attualmente in carica continueranno a lavorare secondo la loro ordinaria amministrazione. Ed è proprio questo che non piace al popolo, che dalla piazza pretende invece che si dimetta l’intera classe politica, e non solo Diab e i suoi. Per questo, subito dopo l’annuncio del premier, sono ripresi gli scontri tra movimento di protesta e poliziotti in tenuta antisommossa, con lanci di sassi e lacrimogeni.

 

Proprio i cortei di protesta immediatamente successivi all’esplosione avevano spinto già quattro ministri ad abbandonare il governo prima delle dimissioni ufficiali delle dimissioni dell'esecutivo: i primi erano stati la ministra drusa dell'Informazione, Manal Abdal Samad, e Damianos Kattar, ministro dell'Ambiente membro della stessa setta cristiano-maronita del presidente Michel Aoun, alleato di Hezbollah, poi il maronita Bashara al Rai, che aveva chiesto a tutti i politici di dimettersi.

 

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La tensione tra le sette politiche

Si fa sempre più tangibile, adeddo, la possibilità che ricomincino i contrasti settari all’interno dell’apparato politico libanese, che dopo l’esplosione è tornato a dividersi minacciosamente fra i partiti collegati all’Iran (Hezbollah e il movimento cristiano di Aoun, che custodivano fra l’altro quelle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio che hanno ridotto in polvere il porto di Beirut e causato, secondo l’ultimo bilancio del ministero della Salute, 160 morti e 7.000 feriti), e quelli legati all’Occidente, in particolare a Francia e Stati Uniti (i sunniti di Saad Hariri e i cristiani di Geagea e Gemayel).

 

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