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Jimmy Lai arrestato a Hong Kong Jimmy Lai arrestato a Hong Kong - Credit: Xinhua / IPA / Fotogramma
ASIA 11 agosto 2020

Hong Kong, perché l'arresto di Jimmy Lai fa paura

di Michela Cannovale

È il segno più tangibile, oltre che un simbolo, della legge di sicurezza nazionale cinese

L’arresto di Jimmy Lai, proprietario a Hong Kong del giornale pro-democrazia Apple Daily, è la conferma - in cui nessuno, di quanti hanno seguito con passione le rivolte di piazza, sperava - che l’autonomia dell’ex colonia britannica è definitivamente e inconfutabilmente terminata.

Per i suoi abitanti non c’è più libertà di parola, di stampa, di espressione. Hong Kong è finita. Pechino non scherzava quando ha approvato la legge di sicurezza nazionale, e l’apertura delle carceri è la sua conseguenza più tangibile. Non che davvero credessimo che non facesse sul serio, ma ora sappiamo che non intende tirarsi indietro.

 

L’arresto di Lai, 71 anni, è avvenuto la mattina del 10 agosto: 200 poliziotti lo hanno prelevato nella sede di Apple Daily come se fosse il peggiore dei criminali in circolazione. La verità, forse, è che essere a capo di un tabloid dichiaratamente pro-democrazia e aver partecipato in prima linea alle manifestazioni di protesta contro la presenza sempre più ingombrante di Pechino sulla città, per la Cina è davvero comparabile a un crimine inammissibile. O forse, come sostiene in un'intervista a Vox Lynette H. Ong, docente di scienze politiche all’Università di Toronto, Lai non è altro che un capro espiatorio, un simbolo. E il suo arresto, che è sì il peggior affronto alla libertà di stampa e di espressione, “avrà un enorme effetto di inibizione sulla comunità, che è esattamente quello che Pechino vuole ottenere”.

 

Da quando la nuova legge è entrata in vigore lo scorso 30 giugno, poco prima dell'anniversario della semi-indipendenza di Hong Kong, decine di studenti sono stati arrestati per post compromettenti sui social media; sono stati emessi mandati internazionali per attivisti residenti all'estero; i candidati pro-democrazia sono stati esclusi dalla candidatura alle elezioni legislative; le stesse elezioni che si sarebbero dovute tenere a settembre 2020 sono state rinviate di un anno. Il mese scorso il Times ha annunciato che stava trasferendo parte dei suoi uffici da Hong Kong a Seoul, in Corea del Sud.

 

Lo stesso Lai lo aveva previsto: “Qualunque cosa scriviamo, possono considerarla sovversiva o indipendentista o in qualunque altro modo vogliano. Vogliono intimidirmi, spingermi ad andarmene, in modo che disonori Apple Daily e comprometta la solidarietà nel movimento pro-democrazia” aveva detto in un’intervista al Wall Street Journal lo scorso giugno.

 

Insieme a Lai sono stati portati in prigione due dei suoi figli e altri quattro dirigenti della sua azienda, la Next Digital. Lo stesso giorno è stata arrestata anche Agnes Chow, 23 anni, rea di aver fondato, insieme a Joshua Wong e Nathan Law, il partito pro-democrazia Demosisto, sciolto a fine giugno. L’accusa: “incitamento alla secessione ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale”.

 

L’accusa per Lai invece è “collusione con forze straniere” e “aver pronunciato parole sediziose”.

 

Difficile adesso immaginare cosa succederà a Lai e Chow. La nuova legge prevede pene che arrivano fino all’ergastolo per crimini come incitamento alla secessione, alla sovversione, al terrorismo e la collusione con forze straniere.

 

Nel 2019 Lai e Chow erano stati a Washington per chiedere al vice di Trump, Mike Pence, di approvare le sanzioni contro la Cina in caso fosse riuscita a rafforzare il suo controllo su Hong Kong. Queste sanzioni sono arrivate a luglio 2020, contro la leader di Hong Kong Carrie Lam e altre dieci autorità locali, accusate dagli Usa di aver represso l’opposizione. La Cina ha risposto emettendo a sua volta delle sanzioni economiche contro undici cittadini americani, tra cui i senatori Marco Rubio e Ted Cruz.

 

- LEGGI ANCHE: La fine dell’autonomia per Hong Kong

- E ANCHE: Usa: stop ai privilegi per Hong Kong

 

Nei primi anni di status di semi-autonomia per Hong Kong, la presunzione prevalente era che la Cina non avrebbe mai osato troppo sull’ex colonia per paura di giocarsi i rapporti l’Occidente. Ma ora che la sua potenza economica si è affermata e il ruolo finanziario di Hong Kong è meno prioritario di un tempo, Xi Jinping ha evidentemente concluso che può resistere a qualsiasi indignazione o sanzione occidentale e che può mostrare i denti e i muscuoli, a Hong Kong così come nella regione dello Xinjiang. E, uno dopo l’altro, sta mettendo all’angolo tutti i suoi dissidenti.

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