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Proteste per George Floyd a New York Proteste per George Floyd a New York - Credit: Wang Ying / IPA / Fotogramma
STATI UNITI 10 luglio 2020

Usa, l'appello contro l'intolleranza culturale

di Michela Cannovale

Firmato da 153 intellettuali da tutto il mondo per "tenere vivo lo scambio di idee"

Nel pieno delle rivolte per la morte di George Floyd, dagli Usa arriva un appello contro la “cancellazione della cultura” e per tenere vivo “il libero scambio di informazioni e di idee” alla base della democrazia che diventa “ogni giorno più stretto”: si tratta di una lettera-petizione firmata da 153 intellettuali da tutto il mondo.

 

Da dove nasce la lettera

L’idea è stata lanciata da Mark Lilla, storico delle idee e professore alla Columbia University, e dallo scrittore Chatterton Williams dopo che il direttore delle pagine editoriali del New York Times, James Bennet, ha dovuto dare le dimissioni per aver pubblicato un articolo di opinione di un senatore repubblicano che chiedeva una “risposta militare ai disordini civili” dovuti alle proteste per Floyd.

 

Un caso, il suo allontanamento, di “intolleranza culturale” (da parte di chi l'ha forzato, evidentemente, a lasciare la redazione), capitato non solo a Bennet ma anche ad autori i cui libri sono stati ritirati dal commercio per presunte falsità o professori ripresi per aver parlato in classe di specifiche opere letterarie un po’ troppo controverse, ha spiegato Lilla, sottolineando: “Ora ci impegneremo tutti affinché queste cose non accadano di nuovo”.

 

Tra i firmatari della lettera compaiono sia nomi della sinistra radicale come Noam Chomsky, sia conservatori come David Brooks, scrittori come Salman Rushdie e J.K Rowling, giornalisti-opinionisti come Fareed Zakaria e David Frum, ma anche Garry Kasparov o Margaret Atwood.

 

Il contenuto della lettera

Ecco cosa dice la loro petizione: 

 

Le nostre istituzioni culturali stanno affrontando un momento difficile.

Le imponenti proteste per la giustizia razziale e sociale stanno portando a sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme ad appelli più generali per una maggiore uguaglianza e inclusione nella nostra società, anche e soprattutto nell’istruzione superiore, nel giornalismo, nella filantropia e nelle arti. Ma questo indispensabile redde rationem ha avuto anche l’effetto di intensificare un insieme di atteggiamenti morali e impegni politici che tendono a indebolire le nostre norme di dibattito aperto e tolleranza delle differenze e a favorire il conformismo ideologico.



Applaudiamo la prima di queste due tendenze, ma stigmatizziamo con forza la seconda. Le forze dell’illiberalismo stanno crescendo in tutto il mondo e hanno un potente alleato in Donald Trump, che rappresenta una reale minaccia per la democrazia. Ma non bisogna lasciare che la resistenza si irrigidisca nel dogma o nella coercizione, che già adesso vengono strumentalizzati dai demagoghi di destra. L’inclusione democratica che vogliamo potrà essere realizzata solo se ci schiereremo in modo chiaro contro il clima di intolleranza che si è creato da tutti i lati.



Il libero scambio di informazioni e di idee, la linfa vitale di una società liberale, incontra sempre più limitazioni. Se dalla destra radicale ormai ce lo aspettiamo, l’atteggiamento censorio si sta diffondendo ad ampio raggio anche nella nostra cultura: un’intolleranza verso le opinioni contrarie, la moda della gogna pubblica e dell’ostracismo e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in una certezza morale accecante. Noi affermiamo l’importanza delle opinioni contrarie, espresse con forza e anche in modo tagliente, da qualunque parte provengano. Ma oggi è fin troppo comune sentire appelli a immediate e severe ritorsioni in risposta a trasgressioni percepite della parola e del pensiero.



Cosa ancora più inquietante, esponenti istituzionali, in uno spirito di controllo dei danni figlio del panico, stanno comminando punizioni frettolose e sproporzionate invece di procedere a riforme meditate: caporedattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati dal commercio per presunte falsità, giornalisti diffidati dallo scrivere su determinati argomenti, professori indagati per aver citato in classe opere letterarie, un ricercatore licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione inter pares, leader di organizzazioni cacciati per quelli che a volte sono solo errori maldestri.

 

A prescindere dalle argomentazioni specifiche di ognuno di questi episodi, il risultato è un costante restringimento dei confini di quello che si può dire senza timore di incorrere in ritorsioni. Stiamo già pagandone il prezzo, sotto forma di una maggiore avversione al rischio fra scrittori, artisti e giornalisti, che temono di perdere il lavoro se si discostano dal consenso generale, o addirittura se non esprimono il loro assenso con sufficiente entusiasmo.



Questa atmosfera soffocante finirà per nuocere alle cause più importanti della nostra epoca. La limitazione del dibattito, non importa se a opera di un governo repressivo o di una società intollerante, danneggia invariabilmente quelli che non hanno potere e restringe la capacità di partecipazione democratica di tutti. La strada per sconfiggere le idee cattive è smascherarle, argomentare e persuadere, non cercare di metterle a tacere o sperare che scompaiano.



Rifiutiamo qualsiasi falsa scelta fra giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra. Come scrittori, abbiamo bisogno di una cultura che ci lasci spazio per sperimentare, assumerci dei rischi e anche commettere errori. Dobbiamo preservare la possibilità di esprimere un dissenso in buonafede senza subire conseguenze drammatiche sul piano professionale. Se non difenderemo noi il fondamento stesso del nostro lavoro, non dobbiamo aspettarci che siano i cittadini o lo Stato a difenderlo per noi.

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