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Chi sono e cosa fanno i contact tracer, “investigatori” del Covid-19 - Credit: iStock
RIPARTENZA 5 maggio 2020

Chi sono e cosa fanno i contact tracer, “investigatori” del Covid-19

di Federico Bandirali

Utilizzati con successo in Asia, l’Italia ne avrà 6.000. Ecco perché i "tracciatori di contatti" saranno importanti

Accanto alle app per tracciare il contagio - come l’italiana Immuni che, dopo giorni avvolti nel mistero, è quasi prossima al lancio (tra il 18 maggio e inizio giugno) - la lotta al coronavirus e il controllo della sua diffusione nella Fase 2 passerà anche da una nuova figura professionale: i contact tracer.

Con l’app, infatti,sarà possibile elaborare una mole impressionante di dati, ma la volontarietà nell’utilizzo, le norme relative alla privacy, e il fatto che debba essere scaricata e usata da una percentuale importante della popolazione (realisticamente il 60%) rischia di renderla solo parzialmente efficace, soprattutto se alle notifiche di "pericolo" non seguiranno test immediati con tamponi.

 

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L'importante ruolo dei “detective anti Covid-19”  in Asia

I contact tracer - che secondo le recenti disposizioni del governo in Italia saranno 6.000 - sono un piccolo esercito che  in Asia sta avendo un ruolo decisivo nel limitare la diffusione del virus. Una sorta di "detective del contagio", pattuglie umane chiamate a ricostruire, anche con l’ausilio della tecnologia, tutti i contatti a rischio di una persona poi positiva, rappresentano un “arma” in più per tracciare i contatti dei malati, testarli e nel caso isolarli per spegnere sul nascere potenziali focolai.

 

In Cina, Sud Corea, Taiwan e Singapore, dove sono già operativi, hanno però poteri sostanzialmente illimitati per controllare i contatti dei contagiati: accesso ai dati degli smartphone, ai sistemi di videosorveglianza, ai pagamenti digitali e deterrenti altrettanto “importanti” (multe salatissime, carcere, accesso alle abitazioni dei cittadini), utili a ricostruire con interviste (più simili ad interrogatori veri e propri) le persone "incrociate" nei giorni precedenti da chi ha contratto il Covid-19.

 

Tuttavia, se “usati bene”, i novelli “tutori della salute” possono lavorare efficacemente senza violare i diritti civili e le norme sulla privacy vigenti in Europa, standard ben diversi da quelli asiatici. A seconda delle nazioni, il loro ruolo sarà diverso e, di conseguenza, il modo in cui saranno selezionati: alcuni eseguiranno verifiche da remoto utilizzando supporti tecnologici, altri opereranno indagando sui contatti a rischio dei nuovi positivi, diversi lavoreranno direttamente sul territorio per controllare la diffusione dell'agente patogeno.

 

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I tracciatori di contatti: nuova professione richiestissima in Europa

Ad ogni modo, in Francia ad esempio sono già al lavoro in via sperimentale. Il primo a menzionare i contact tracer, non a caso, è stato il premier francese Philippe, che ha chiarito come, dopo una fase di test a Parigi, ne verranno assunti 30.000, suddivisi in "unità" da 5 o 6, per ricostruire una lista dei contatti con un soggetto positivo, avvisare chi è stato potenzialmente esposto al virus e procedere direttamente al tampone per verificare se hanno contratto il Covid-19.

 

Anche il Regno Unito ha avviato il reclutamento di 18.000 nuovi professionisti (che non lavoreranno a Scotland Yard): 3.000 compiranno generiche operazioni di verifica e imposizione della quarantena; i restanti 15.0000 “indagheranno” telefonicamente, Questo mentre negli Usa diversi Stati ne hanno di già di operativi, incluso quello di New York dove la situazione resta fuori controllo, e si prevede di assoldarne 180.000.

 

Inoltre l’Irlanda, unica in Europa, li utilizza già con tutte le difficoltà del caso. Al momento ci sono nove strutture con 1.700 operatori in totale. E, se quando è iniziata la pandemia i contatti da rintracciare e isolare erano mediamente 50, con il lockdown il numero è sceso fino a 3. Ora, invece, con le riaperture progressive saranno di più, e il lavoro dei contact tracer tornerà ad essere davvero impegnativo, ma centrale per la lunga fase di “convivenza” con il virus SARS-CoV-2.

 

I contact tracer in Italia

Nel decreto che porta la firma del ministro della Salute, Roberto Speranza, si fa riferimento ad un parametro che definisce “numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale” dei contact tracer. Evidente, dunque, come nella strategia di contenimento del virus, accanto all’app si è compresa la necessità di "assoldare" dei nuovi investigatori, che avranno un ruolo importante per rintracciare i contatti a rischio dei contagiati e monitorare la diffusione del coronavirus.

 

Assieme all'app Immuni, infatti, i 6.000 contact tracer nostrani avranno un compito arduo ma, seppure con evidenti limiti (anche numerici se comparato a quanti saranno in altri Paesi), completeranno il sistema di tracciamento e monitoraggio del contagio.

 

Perché è ben diverso essere avvertiti del potenziale pericolo da una notifica sullo smartphone o da un essere umano, tendenzialmente più empatico per natura (aspetto che dovrà essere centrale nel reclutamento). Se una persona ci aiuta, ci suggerisce come comportarci e gli riconosciamo l’autorità per farlo (la tutela della salute pubblica dovrebbe bastare), il rapporto fiduciario può essere simile a quello che si instaura tra i tanti medici di famiglia e i loro assistiti.

 

Le difficoltà che dovranno superare i nuovi “investigatori”

Tutto perfetto? Non proprio. In Europa non è giustamente possibile usare le “maniere forti”, e le istituzioni non godono del credito che, ad esempio, hanno in Corea del Sud. Intervistare i positivi e convincerli a “raccontare tutto” non sarà facile.

In fondo si tratta di persone malate e impaurite che devono sostanzialmente riferire a dei perfetti sconosciuti dettagli, anche intimi, della propria vita quotidiana.

 

Affinché il lavoro dei contact tracer dia risultati tangibili, è necessario che i contagiati sentano di potersi aprire senza timori, raccontare e far emergere le loro storie, con lo scopo di far loro comprendere che senza la collaborazione e l’aiuto di tutti il vero pericolo è che gli sforzi che abbiamo profuso tutti durante il lockdown per fermare i contagi siano vanificati.

 

Il meccanismo è sempre lo stesso: identificare, isolare, testare i contatti e monitorare la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 per intervenire prontamente e fermare sul nascere nuovi potenziali focolai, prima che diventino tali lasciando che il virus si diffonda senza ostacoli come accaduto fino a metà marzo.

 

Le indicazioni sui requisiti dei "detective anti Covid-19" dell’Ue

Peraltro, i ‘contact tracer’ sono una novità, peraltro  relativa, solo per l’Italia. L’Ue, infatti, a inizio aprile aveva chiarito quali fossero i requisiti di questa nuova figura professionale, insistendo sull'importanza come presupposto di un percorso formativo approfondito. Nulla di trascendentale, invero, ma anche indicazioni su cosa sia un “contatto a rischio” e una sorta di schematizzazione, elaborata con un algoritmo, per spiegare come effettuare il tracciamento.

 

Fase 2 senza app né contact tracer: un rischio evitabile

In Italia, però, siamo entrati alle 00:01 del 4 maggio nella Fase 2 senza app ne “tracciatori di contatti” e il rischio - pur confidando in comportamenti responsabili dei singoli - di ritornare a inizio epidemia senza avere i necessari strumenti per controllare il virus è concreto: sarebbe una catastrofe, evitabile anche così ma certamente meno probabile con un sistema di tracciamento adeguato.

 

Quanto fatto in Veneto e nel focolaio di Vo’ dalla task force della regione - guidata dal microbiologo di fama internazionale Andrea Crisanti - è ormai "datato", e rappresenta un modello da replicare: identificare gli asintomatici - principali vettori inconsapevoli di propagazione del subdolo coronavirus SARS-CoV-2 - anche grazie a queste nuove figure professionali, verificare se i loro contatti abbiano contratto il virus ed evitare che circoli incontrollato isolando tutti i positivi.

 

Senza contare che, vista la crisi occupazionale determinata dal lockdown, si darebbe velocemente lavoro a chi è rimasto senza, seppur ad un numero esiguo di persone assumere e "schierare" i contact tracer (e l'app Immuni) per monitorare la diffusione del virus, evidentemente, più che un'opzione è una necessità

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