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Lavoro, perché crescono gli inattivi e perché il dato è importante
economia e società 13 aprile 2021

Lavoro, perché crescono gli inattivi e perché il dato è importante

di Luigi Gavazzi

Più persone scoraggiate ma anche cambio di metodo nel calcolo

Abbiamo visto il 6 aprile che i dati Istat sull’occupazione indicavano una perdita secca nell’anno di pandemia – febbraio 2020-febbraio 2021 – di 945 mila occupati; c’è però un altro dato sul quale media e economisti hanno posto la loro attenzione: è il dato degli inattivi. 

LEGGI ANCHE: Lavoro, in un anno 945mila occupati in meno

Gli inattivi

Scrive l’Istat che in quei dodici mesi sono aumentati “soprattutto gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,4%, pari a +717mila)”.

Con il termine di “inattivi” si indicano le persone che non sono né occupate né disoccupate.

disoccupati sono coloro che pur non avendo un lavoro (o non avendolo più) lo stanno cercando attivamente. Gli inattivi invece non sono occupati e non cercano il lavoro. Nel linguaggio dell’Istat “comprendono le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle non classificate come occupate o in cerca di occupazione”.

In Italia a febbraio 2021 sono calcolati poco più di 14 milioni di inattivi (14.084.000). Si capisce come in questa cifra rientrino tipologie molto diverse di popolazione.

La cassa integrazione

Dunque il dato di +717mila nuovi inattivi è certo rilevante. Tuttavia, va sottolineato che dal 1 gennaio, come richiesto da un nuovo Regolamento Ue  che armonizza le rilevazioni statistiche, chi non lavora da più di tre mesi, anche se è in cassa integrazione o è un autonomo, viene considerato fra gli inattivi. Questo spiega il perché di questo balzo degli inattivi. Il tutto, rispetto allo scorso anno, fa apparire ancora più grave la crisi del lavoro causata dalla pandemia. 

Le categorie deboli: giovani, donne, precari

Per questo alcuni economisti ritengono sbagliata la tempistica di questo cambio metodologico nel conto degli inattivi. Come ha detto a Valentina Conte di Repubblica, Andrea Garnero, economista del lavoro presso l’Ocse, la modifica di metodo dell’Istat ha un suo senso, tuttavia “la tempistica è assai sfortunata. La pandemia sporca la lettura dei dati e sarebbe sbagliato prenderli troppo alla lettera. Nulla è cambiato rispetto a quanto diciamo da mesi: la crisi si è scaricata sui lavoratori deboli e precari, a partire da donne e giovani”. 

Valutazione dei dati

Il rischio dunque è che vengano valutati male questi dati.

In primo luogo perché viene sottovalutato il prezzo pagato dalle categorie più deboli, perché il dato che li riguarda viene diluito dall’inclusione nella stessa categoria anche dei cassaintegrati.

In secondo luogo perché non viene considerato che una parte di questi “inattivi” in cassa integrazione tornerà fra gli occupati, e un’altra parte invece finirà tra i disoccupati. 

Serie ricalcolate

L’Istat naturalmente ha ricalcolato tutte le serie storiche dal 2004 al 2020. Basti dire, per esempio, che tra febbraio 2020 e dicembre 2020 gli occupati, calcolati con il vecchio metodo, erano calati di 425mila, con il nuovo metodo risultano calati di 767mila. E anche in questo caso la differenza è quasi tutta ascrivibile a lavoratori in cassa integrazione, passati nel nuovo calcolo fra gli inattivi.

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