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La crisi del lavoro nell’anno del Covid - Credit: laughayette/Unsplash
economia e società 27 febbraio 2021

La crisi del lavoro nell’anno del Covid

di Luigi Gavazzi

Giovani, donne e stranieri hanno pagato più di tutti la crisi

L'annuale rapporto del Ministero sul mercato del lavoro, pubblicato il 26 febbraio 2021, aiuta a fare il punto sulla situazione economica e sociale del paese nell’anno della pandemia di Covid-19. 

Vediamolo in sintesi. 

Occupati

Gli occupati sono tornati poco sopra i livelli del 2016; si sono persi in media 470mila posti nei primi nove mesi del 2021.

Per il quarto trimestre non ci sono dati completi; tuttavia le prime stime dicono che anche in questi tre mesi – che hanno registrato una moderata ripresa dell’economia – il numero di occupati è continuato a scendere. Il riferimento è la media dei due anni 2017-2019 durante i quali la media delle attivazione di nuovi contratti ha sempre superato le cessazioni con aumento medio di 136mila occupati. Ebbene, nel terzo trimestre del 2020 il saldo si è fermato a più 23mila, “meno di un sesto degli ultimi due anni”, sottolinea Giovanna Faggionato sul Domani.

Sintetizza invece “La voce.info”:

“L'occupazione è calata in tutto il Paese, con riduzioni del 3,6 per cento nel secondo trimestre e del 2,6 per cento nel terzo: un dato contenuto alla luce della ben più rilevante riduzione nel numero di ore lavorate. I dati più negativi nel secondo trimestre si sono avuti nel Meridione, con un -5,3 per cento di occupati, seguito dal -3 per cento del Nord e dal -2,9 per cento del Centro. La dinamica è cambiata nel terzo trimestre, con il Centro a subire il crollo più rilevante (-3,8 per cento, contro -2,4 al Nord e -2,2 nel Mezzogiorno).”

 

Le ore lavorate

Ancora dalla voce.info:

“Lockdown e crisi economica hanno portato a una forte contrazione nel numero di ore lavorate, che non è stata in seguito pienamente riassorbita ed è tornata a peggiorare con l'arrivo della seconda ondata. Il calo è legato alla riduzione nel numero degli occupati, ma soprattutto all'uso di misure come la cassa integrazione, che ha permesso di distribuire tra i lavoratori la minore domanda di ore di lavoro.”

 

 

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Inattivi

Notevole l’aumento degli inattivi. Sono considerati inattivi i residenti in età da lavoro (15-64 anni) che non lavorano, non cercano una occupazione e/o non sono disponibili a lavorare (e, ovviamente non sono studenti): sono aumentati di 621mila unità, pari a una crescita dell’1,8%.

Donne

Il calo del tasso di occupazione delle donne è molto più marcato di quello degli uomini: al 30 settembre 2020 si contano per esempio 15mila contratti in più per gli uomini rispetto al 2019 e 38mila in meno per le donne.

Giovani

Anche i più giovani pagano pesantemente. Il confronto fra i primi nove mesi del 2019 e i primi nove mesi del 2020 dice che metà delle posizioni di lavoro perse riguarda gli under 35.

Stranieri e autonomi

Fra le categorie che più pagano la crisi, ci sono anche gli stranieri, che hanno perso il lavoro in proporzione più degli italiani. La riduzione di occupazione è avvenuta soprattutto per il mancato rinnovo dei contratti a termine dei lavoratori dipendenti. Nei primi tre mesi del 2020, ricorda Faggionato, sono stati persi 394mila posti a tempo determinato, pari a un calo del 12,9%; e sono scomparsi 162mila lavoratori autonomi.

Cassa integrazione

Ancora la sintesi della voce.info:

“L'uso di misure di aggiustamento esterne è stato contenuto, limitandosi perlopiù al rinvio delle assunzioni (che ha interessato il 12,2 per cento delle imprese nel periodo marzo-maggio e il 12,7 per cento tra giugno e novembre). Tra le misure interne, quantitativamente molto più rilevanti, la cassa integrazione è stata utilizzata dal 63,1 per cento delle imprese durante il primo lockdown.”

Spiega il documento del Ministero che ci sono ancora 165mila persone in cassa integrazione continuativa a zero ore.

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