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Recovery Fund, il ricatto di Ungheria e Polonia all'Europa Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Ue e Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, Bruxelles, 21 luglio 2020 - Credit: CHINE NOUVELLE/SIPA / IPA / Fotogramma
economia e covid-19 20 novembre 2020

Recovery Fund, il ricatto di Ungheria e Polonia all'Europa

di Luigi Gavazzi

Tutto fermo, ora si lavora a un compromesso per il vertice del 10 dicembre

Come previsto, il vertice dell’Unione europea in teleconferenza del 19 novembre ha sancito il blocco del Recovery Fund: il veto di Polonia e Ungheria sul Bilancio impedisce la partenza del Next Generation Ue da 750 miliardi per rilanciare l’economia dell’Unione colpita dal Covid-19.

Stato di diritto

Come noto il veto dei due governi sovranisti dell’Europa orientale è legato alla condizionalità posta dall’Unione per cui chi riceve fondi del piano deve garantire nel proprio paese il rispetto delle regole di democrazia liberale e rispetto dei diritti umani e del pluralismo.

Viktor Orbán (Ungheria) e Mateusz Morawiecki hanno ribadito giovedì il loro no; sostenuti questa volta anche dal premier sloveno Janez Jansa che ha chiesto alle parti di trovare un compromesso ma si schiera ogni giorno di più con il fronte sovranista.

 


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Ora comincia una nuova fase di trattative e di ricerca, appunto, di un compromesso in vista del nuovo vertice del 10 dicembre. Gli osservatori parlano di rassicurazioni che il meccanismo sullo stato di diritto non minerà – spiega Repubblica – la sovranità interna dei singoli paesi. Difficile, si dice a Bruxelles, che il mondo economico ungherese e polacco accetti il rischio di non ricevere i fondi del Recovery e per questo i due governi alla fine, si sostiene, si piegheranno.

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