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Pompei: i testimoni oculari dell’eruzione del 79 dopo Cristo Pompei, un particolare di un mosaico con una iscrizione che sposterebbe la data dell’eruzione a ottobre - Credit: Sergio Siano / Fotogramma
POMPEI 5 ottobre 2021

Pompei: i testimoni oculari dell’eruzione del 79 dopo Cristo

di Maria Verderio

L’immane tragedia è testimoniata da importanti scrittori e storici della letteratura romana

La città di Pompei conserva una quantità infinita di testimonianze della vita dell’epoca, ma il fascino di questo luogo emana anche dal dramma umano raccontato dai calchi dei corpi vittime dell’eruzione.

C’è anche una testimonianza diretta che arriva da Pompei: sono le parole scritte dall’appena diciottenne Plinio.

Lo zio

Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto anche Plinio il Giovane per distinguerlo dall’omonimo zio Plinio il Vecchio, all’epoca dei fatti aveva solo 18 anni. Suo padre era morto quando lui era bambino. Fu quindi adottato dallo zio, scrittore e naturalista di Como, molto apprezzato e noto.

La storia

Plinio il Vecchio all’epoca dei fatti era impiegato come prefetto della flotta imperiale romana. Quando scoppiò l’eruzione, si imbarcò per poter raggiungere il Golfo di Napoli e poter osservare il fenomeno da vicino. Aveva, inoltre, il desiderio di aiutare alcuni amici in difficoltà. Fu proprio in questa triste occasione che trovò la morte, soffocato dalle esalazioni del Vesuvio. Aveva solo 56 anni. Il nipote Plinio il Giovane seguì tutta la vicenda dalla terra ferma.

Plinio e Tacito

Plinio il Giovane, 27 anni dopo i fatti, scrisse una lettera all’amico Tacito che ci permette di avere una testimonianza diretta sull’eruzione. Si tratta di due lettere, indirizzate all’amico storico, che fanno parte dell’epistolario Lettere ai familiari, l’opera biografica composta da 247 lettere.

L’Epistola VI, 16

Della lunga lettera di Plinio il Giovane, sono stati estrapolati i particolari più suggestivi e drammaticamente affascinanti del suo reportage:

“Mi hai chiesto di narrarti la morte di mio zio per tramandarla più esattamente ai posteri. Te ne sono grato; sono convinto infatti che, divulgata da te, la sua morte avrà gloria senza fine”.

“Si fece portare i calzari e salì in un punto elevato da dove si poteva perfettamente osservare il fenomeno. Una nube si levava alta (guardando da lontano, non si capiva bene da dove provenisse, da quale monte, ma poi si seppe che era il Vesuvio) ed era tale che nessun altro albero meglio del pino avrebbe potuto rendere l’idea della sua forma e del suo aspetto”.

“Si diresse subito là, da dove gli altri fuggivano, tenendo diritta la rotta e diritto il timone verso il pericolo, e con animo così impavido da dettare o annotare egli stesso tutti i momenti e tutti gli aspetti di quel terribile disastro, via via che gli si presentavano allo sguardo. Già la cenere cadeva sulle navi più calda e più fitta quanto più esse si avvicinavano; già cadevano anche pomici e pietre nere, arse e frantumate dal fuoco; poi improvvisamente si formò una secca e per i massi rotolati giù dal monte la costa era diventata inaccessibile”.

“Intanto su più parti del Vesuvio rilucevano enormi fiamme e alti incendi, il cui bagliore e la cui luce erano accresciuti dall’oscurità della notte. Lo zio, per placare gli animi terrorizzati, disse che quelli erano fuochi lasciati accesi dai contadini nella loro fuga precipitosa, e ville abbandonate che bruciavano. Poi andò a riposare, e dormì davvero profondamente perché il suo respiro, molto grave e sonoro per via della gran corporatura, era udito da tutti coloro che passavano davanti alla soglia della sua camera. Ma intanto il piano del cortile da cui si accedeva al suo appartamento, si era già tanto alzato di livello a causa della grande quantità di cenere mista a pietre pomici da cui era stato invaso, che lo zio, se fosse rimasto più a lungo nella camera da letto, non sarebbe più potuto uscirne”.

“Per frequenti e lunghi terremoti la casa vacillava e, come smossa dalle fondamenta, dava l’impressione di oscillare in un senso o nell’altro per poi tornare al suo posto. All’aperto però c’era da temere la caduta delle pietre pomici, anche se leggere e porose, ma alla fine il confronto fra i due pericoli, fece scegliere il secondo”.

“Quando tornò a risplendere la luce del giorno (il terzo da quello che egli aveva visto per l’ultima volta), il suo corpo fu trovato intatto, illeso e coperto dalle vesti che aveva indosso; l’aspetto era quello di un uomo addormentato, piuttosto che d’un morto”.

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