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Google ci riprova con un nuovo social: Keen, rivale di Pinterest

Google Keen- Credit: Google

SOCIAL NETWORK21 giugno 2020

Google ci riprova con un nuovo social: Keen, rivale di Pinterest

di Federico Bandirali

Big-G punta sul machine learning e IA

Google sin dagli albori dei social (con Orkut) ha provato a costruire una piattaforma propria scommettendo forte su Google Plus salvo poi, a causa del poco successo, dover seppellire anche quel progetto nell’ormai celebre "cimitero" di Big-G dopo 8 anni di scarsa attività il 2 aprile 2019. Un "cimitero" che ospita anche le tombe del concorrente di LinkedIn -“Google Hire” - e tante altre app sviluppate da Mountain View, con l'ultima sepoltura a gennaio per le Chrome Apps celebrata con un funerale lungo e graduale, anche se in molti non sapevano nemmeno esistessero.

 

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Desistere, però, non è un termine contemplato dal vocabolario speciale di Big-G, così il team ribattezzato “Area 120” - incubatore interno che crea app e servizi sperimentali - ha lanciato una nuova piattaforma social, ribattezzata Keen.

 

Keen, ovvero “appassionato”, prende spunto da Pinterest e ha come presupposto per raggiungere il successo la ferma convinzione che siano gli interessi la modalità per creare vere comunità virtuali.

 

Già disponibile per Android e da desktop, Keen punta dunque a far concorrenza a Pinterest sfruttando però tutte le competenze di Google nell’ambito dell’intelligenza artificiale e del “machine learning” - ovvero il sistema di apprendimento automatico del colosso statunitense - per curare i contenuti.

 

L’accesso al social è immediato, con il solo account Google necessario per aprirlo e veder comparire un elenco di canali, creati da autori diversi e incentrati su argomenti specifici come fosse un collettore.

 

Ogni “keen”, infatti, riguarda un tema unico che gli altri utenti possono decidere di seguire ricevendo in cambio notifiche per eventuali aggiornamenti pubblicati man mano. Il tutto consentendo di attingere anche ad altre risorse di approfondimento non pubblicate sul social, a cui si collegano con link nell’apposita sezione "Explore".

 

Secondo uno dei responsabili dello sviluppo di Keen, CJ Adams, la nuova piattaforma dovrebbe rappresentare una valida alternativa alla navigazione “insensata”, termine con cui si indica la consueta attività sui social che spinge gli utenti a visitare profili altrui senza alcun nesso logico e senza tener conto di argomenti trattati e interessi personali, come accade su piattaforme “generaliste”.

 

Tra tutte l’esempio più lampante è Facebook, dove nemmeno l’utilizzo di complessi algoritmi riesce a profilare l’utente così bene da mostrargli solo cose interessanti e collegate, saltando spesso da foto ritoccate con effetti appositi ad articoli di politica o sport, nella stessa schermata seppur prive di qualsivoglia legame logico (e illogico).

 

Adams, stando a quanto pubblicato in un blog post, pensa che con Keen tocchi invece a noi utenti decidere “su cosa si intende trascorrere più tempo, per poi cercare i contenuti sian nel web che dalle persone di cui ti fidi e stimi. Realizzi un “keen”, che può toccare qualsiasi argomento, quando devi preparare il pane in casa, vai ad osservare uccelli o cerchi un font grafico per scrivere. Keen ti consente di curare i contenuti che ami, condividere la tua raccolta con gli altri e trovarne di nuovi in base a ciò che hai salvato”.

 

Parole che dicono tutto e niente, ma il rimando a Pinterest è palese considerando come sulla piattaforma da cui ha preso chiaramente ispirazione la dinamica sia la stessa: uno spazio dove le persone non vogliono sprecare tempo andando dritte al sodo, con particolare attenzione agli hobby immergendosi in un flusso di contenuti e “pin” (post singoli) stoccati in “collezioni” che sono l’essenza stessa del social.

Aspetti che Google prova palesemente ad imitare e riproporre in chiave diversa.

 

Detto ciò la domanda sorge spontanea: cosa differenzia Keen da Pinterest? Innanzitutto la comprovata esperienza di Google nell’apprendimento automatico, che nelle intenzioni dovrebbe permettere di proporre solo contenuti di reale interesse” per gli utenti, senza errori e con precisione “millimetrica”.

 

Però affermare che Pinterest stesso non punti da tempo sull’intelligenza artificiale sarebbe un errore enorme, come dimostrano le tante soluzioni elaborate per trovare affinità visive, curare raccolte e personalizzarle anche in ragione della provenienza geografica degli utenti e dei relatvi trend di mercato locali.

 

Inoltre, mentre il machine learning è certamente più abile degli esseri umani in molti ambiti nello scovare ed elaborare i dati, se si parla di hobby e interessi di nicchia realisticamente i veri appassionati (o ossessionati) sono certamente più svelti e propensi a trovare rapidamente ciò che cercano.

 

Basti pensare alle automobili, con le persone interessate alle novità del settore che sanno già dove trovare notizie "fresche" per poi scambiarsi opinioni nel merito in gruppi social o su vari forum dedicati.

 

Keen, poi, ripropone un problema atavico della Rete, ovvero la raccolta dati e il loro utilizzo, poiché per accedere si utilizza il proprio account Google, e alla voce privacy, il rimando è diretto policy generale di Big-G.

 

Di certo - se lo si valuta come esperimento - il nuovo “prodotto” di Big-G è quantomeno interessante, anche per vedere come si comporteranno i sistemi di apprendimento automatico applicati in contesti non convenzionali.

 

Soprattutto quelli che, almeno apparentemente, spingono le persone a coltivare sempre più i propri interessi e hobby su Internet, contrariamente ai tanti algoritmi che mirano a coinvolgere il maggior numero di persone possibile a prescindere dai contenuti e dalle interazioni reali, ovvero il digital marketing di bassissimo livello orientato solo a macinare numeri.

 

Tecniche che, sebbene non redditizie (in gergo “vanity metrics”, ovvero “metriche di vanità” senza impatti realmente benefici sul business), molte agenzie di comunicazione continuano a “propinare” a PMI e commercianti sprovvisti di competenze in materia: “trucchi” inutili e, come se non bastasse, decisamente costosi, ma ampiamente e tristemente utilizzati.