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LinkedIn copia Snapchat e Instagram lanciando le Storie aziendali - Credit: Sergei Konkov / IPA / Fotogramma
SOCIAL NETWORK 1 marzo 2020

LinkedIn copia Snapchat e Instagram lanciando le Storie aziendali

di Federico Bandirali

Il social segue l’esempio d Facebook dandosi al plagio. Obiettivo: diventare “meno noioso” per i giovani

LinkedIn è un social network difficilmente inquadrabile: da un lato si presenta come un sito si incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro con una “vetrina” di CV, dall’altro un luogo in cui gli studenti possono trovare numerose offerte di stage.

Due elementi che, invero, non hanno mai impedito alla piattaforma di aspirare a qualificarsi come uno dei social più “interessanti” in circolazione. L’ultimo tentativo per riuscirci? Semplice: esattamente come fatto da Instagram clonare le “Storie” in stile Snapchat, declinandole però come “un nuovo formato di conversazione” per le conversazioni di lavoro. Almeno nella fase di test, attualmente in corso.

 

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Per Pete Davies, responsabile dei contenuti di LinkedIn, l’obiettivo delle “Storie” lavorative è offrire un metodo più leggero e informale di interazione nel mondo del business che, in effetti, è l’essenza della piattaforma.

 

Via dunque, qualora i test dovessero avere successo, i tradizionali messaggi e le comunicazioni “formali” che, ad oggi, popolano la piattaforma, cambiando tutto. In tal senso un esempio “immaginario” proposto da Pete Davies è abbastanza eloquente: un’azienda che usa le nuove Storie per condividere “momenti chiave di eventi lavorativi” o "suggerimenti e trucchi che aiutano a lavorare in modo più intelligente ed efficace”.

 

Detto delle belle intenzioni, con un po’ di cattiveria e oggettività sembra di rivedere nell’introduzione delle Storie similitudini con altri progetti simili della piattaforma: nel 2018 vennero lanciate funzionalità come i filtri per i video nel disperato (e triste) tentativo di superare la dimensione legata al business, identitario per LinkedIn, cercando vanamente di andare oltre alla monotonia aziendale per entrare nel panorama dei social network veri e propri. Inutile dire che l’impresa non riuscì, rivelandosi financo controproducente.

 

Adesso la piattaforma ci riprova, riprendendo le celebri (e ampiamente clonate) “Storie” introdotte nella loro prima versione da Snapchat nel lontano 2013. Una trovata geniale, al punto che nel 2016 Facebook (intesa come società), senza smentire le proprie cattive abitudini, le copiò senza nemmeno nasconderlo inserendole in Instagram per poi, visto il successo riscontrato, integrarle anche nel social blu e su WhatsApp.

 

Una cattiva abitudine che, alla fine, ha coinvolto anche Google, che le ha lanciate su YouTube, al punto che pensare ad una piattaforma social senza le “Storie” è diventata utopia, nell’attesa che tutti si adeguino entrando nella lista dei “copioni”.

 

Inoltre, per LinkedIn non si tratta nemmeno di una prima assoluta con questo tipo di format, visto che il social nel 2018 ha testato una funzione abbastanza (eufemismo) simile denominata “Voci degli Studenti” che consentiva agli studenti universitari statunitensi di pubblicare video in una sorta di “playlist dell’Ateneo”, collocata in cima all’app della piattaforma.

 

Tuttavia, la “vecchia” soluzione aveva due limiti evidenti: i potenziali utenti (solo studenti universitari) e il tipo di contenuti pubblicabili (semplici video senza tutte le funzionalità di editing offerte dalle altre app). Ora, invece, almeno a quanto pare il servizio si rivolge a un pubblico decisamente più ampio.

 

 

Ma, vista la vocazione al business della piattaforma, la fase di test avrà un ruolo cruciale: non ci sono garanzie rispetto al fatto che le Storie vengano lanciate per tutti, e al momento le "prove" sono solo interne alla società che, invero, ha pianificato di farle "assaggiare" ad una platea più ampia “nei prossimi mesi”.

 

Scadenza generica, indefinita e indefinibile, che pare rispecchiare le difficoltà (già evidenti, sembra) nel “trasformare” LinkedIn. Anche perché dal lancio ad oggi la piattaforma, proprio nel tentativo di diventare un social mainstream, aveva perso buona parte dell’appeal collegato al mondo del lavoro, e il rischio di ripetersi per cercare di far diventare “altro” il social potrebbe essere controproducente.

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