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Ecco perché Microsoft "chiuderà" LinkedIn in Cina

- Credit: Sergei Konkov / IPA / Fotogramma

SOCIAL NETWORK16 ottobre 2021

Ecco perché Microsoft "chiuderà" LinkedIn in Cina

di Federico Bandirali

Sostituendolo con un’app apposita senza componente social. Come richiesto da Pechino...

Microsoft ha annunciato di star chiudendo la versione localizzata di LinkedIn per la Cina, disponibile dal 2014. La decisione è arrivata dopo un crescendo costante di denunce da parte di accademici e giornalisti, che nei giorni precedenti hanno ricevuto notifiche relative al blocco dei loro profili sul social nel Paese, come riferito dal Wall Street Journal .

 

Nell’annunciare la mossa, il colosso di Redmond ha pubblicato un post sul blog ufficiale adducendo come motivazione l’intenzione di lanciare un servizio nuovo e unico nel regime cinese ribattezzato “InJobs”, senza riferimenti a quanto rilevato da utenti anche famosi presumibilmente per evitare di compromettere i rapporti con il governo locale.

 

La società guidata da Satya Nadella, infatti, ha scritto nel comunicato stampa con cui ha dato la notizia altro: “Sebbene abbiamo riscontrato successo nell’aiutare i membri cinesi a trovare lavoro e opportunità, non abbiamo riscontrato lo stesso livello di successo negli aspetti più ‘social’ rispetto a condivisione e informazione”.

 

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“Stiamo anche affrontando un ambiente operativo significativamente più impegnativo e maggiori requisiti di conformità decisi da Pechino”, l’unico accenno alle pressioni del sistema politico del Paese fatto da Microsoft.

 

Infatti, come chiarito subito dopo l’annuncio dallo stesso Wall Street Journal, il governo cinese ha incaricato Microsoft di regolamentare meglio i suoi contenuti lo scorso marzo, con una scadenza di 30 giorni evidentemente prolungata.

 

Nel 2020, quando l’amministrazione Trump ha cercato di organizzare l’acquisizione delle operazioni negli Usa di TikTok da parte di Microsoft (per Satya Nadella è stata “la cosa più strana su cui abbia mai lavorato”), il “potere soft” del colosso di Redmond in Cina sembrava l’arma adatta. E invece, no.

 

Detto ciò, se si escludono GitHub e il sistema di recensioni di Amazon, LinkedIn rappresentava l’unica altra piattaforma di proprietà straniera autorizzata a ospitare contenuti generati dagli utenti localizzati nel Paese.

 

Pechino, infatti, sta aumentando i costi per l’accesso a Internet (anche in termini sociali), e le big tech statunitensi volenti o nolenti ne stanno assecondando i desideri onde evitare guai peggiori.

 

Twitter e Facebook sono stati bloccati nel lontano 2009, mentre Google ha spostato le sue operazioni di ricerca dalla Cina continentale a Hong Kong nel 2010. Nel frattempo, Microsoft ha ripulito i risultati di ricerca in lingua cinese su Bing e ha offerto una versione apposita di Windows 10.

 

Tuttavia, poiché il governo cinese ha ampliato la repressione dei giganti della tecnologia, le richieste apparentemente hanno superato la soglia fissata da Microsoft per evitare problemi. Con la sola Apple ad essere pienamente operativa nel regime guidato da Xi Jinping. Per ora…