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La surreale e comica vicenda di Telegram in Russia - Credit: iStock
APP 3 luglio 2020

La surreale e comica vicenda di Telegram in Russia

di Federico Bandirali

L'applicazione bannata dal governo ha aggirato il divieto con astuzia

A metà giugno 2020 le autorità russe hanno revocato il divieto - in vigore dal 2018 - relativo all’utilizzo dell’app di messaggistica “Made in Russia” Telegram nel Paese, adducendo come motivazione di voler aiutare in questo modo la piattaforma fondata da Pavel Durov dopo che la stessa aveva annunciato l’intenzione di contrastare il terrorismo nelle chat.

Una ragione apparentemente valida, visti gli sforzi dell’eterno presidente Vladimir Putin (del 2 luglio la vittoria al referendum che consentirà all’ex funzionario del KGB di restare al Cremlino fino al 2036, ovvero "a vita") nel fermare tutto ciò che è ritenuto terrorismo, dissenso incluso e con qualsiasi mezzo.

 

Appresa la notizia del ban, però, molti “addetti ai lavori” non hanno potuto far altro che sbellicarsi dal ridere visto che Telegram era teoricamente inaccessibile dalla Russia.

 

Tuttavia la realtà era ben diversa, con aziende e persone che hanno eluso senza troppe difficoltà il divieto obbligando Mosca a “legalizzare” nuovamente l’app, e non solo per questa ragione.

 

Per darne prova al mondo il Washington Post ha pubblicato un lungo articolo spiegando nel dettaglio come lo stesso Durov abbia “umiliato e deriso l’ente statale delle telecomunicazioni russo” per impedire che l'app fosse effettivamente vietata.

 

L’articolo, di certo meritevole di una lettura integrale, ha innanzitutto spiegato le ragioni che nel 2018 portarono all’attenzione delle autorità Telegram, ovvero il suo essere diventata la piattaforma preferita per i gruppi di opposizione al “regime” russo, chiarendo che l’intenzione era accedere a tutti i messaggi crittografati presenti sulla piattaforma. Durov, però, non aveva alcuna intenzione di consentirlo, almeno inizialmente come scrive il Washington Post.

“Due anni fa Pavel Durov ha rifiutato di concedere ai servizi segreti interni (Gru, mentre l’FSB è l’intelligence per l’estero) l’accesso ai messaggi crittografati degli utenti della popolarissima Telegram. La risposta delle autorità è stata ‘mirata’ ad eliminare l’app dalla mappa dei servizi digitali del Paese”.

 

Con conseguente annuncio del divieto ma, come detto, senza alcun successo rispetto alle velleità statali, poiché Telegram ha aggirato i firewall usati per impedirne l’uso predisposti dall’ente regolatore “deviando” il traffico grazie ai diversi servizi cloud statunitensi.

 

Così, associando a questo escamotage una modifica per cambiare incessantemente gli indirizzi IP, Durov ha mandato in tilt l’autorità preposta al controllo di Internet (Roskomnadzor), generando un caos inimmaginabile con altri siti e servizi che hanno impedito l’effettiva verifica dell’attuazione concreta del ban.

 

Questa tattica abbastanza ingegnosa, secondo Andrei Soldatov - giornalista investigativo russo ed esperto di servizi di sicurezza che ha collaborato alla stesura dell’articolo - ha avuto anche “effetti collaterali”.

 

"Telegram ha effettivamente creato gruppi con numerosi utenti – incluse le aziende – rendendoli di fatto ostaggi. Le opinioni rispetto all’etica di queste tattiche erano diverse: mentre gli attivisti digitali le hanno elogiate (trasformando il ban di Telegram problema internazionale); le società russe ospitate su Amazon sono state bloccate a causa dell’incompetenza del Roskomnadzor. E hanno incolpato Telegram della cosa, anziché le autorità russe”

 

Tattiche simili, invero, non sarebbero state efficaci in Stati come la Cina e altri regimi totalitari tipo l’Iran, che hanno strumenti per controllare Internet assai più sofisticati. E di questo era conscio anche l’ente regolatore già nel 2018, ma nonostante la consapevolezza dei propri limiti non ha desistito nel provare ad oscurare Telegram.

 

Da quando Durov ha escogitato lo stratagemma per eludere il ban, ad ogni modo, tutta la vicenda ha assunto contorni ironici e financo ridicoli: mentre il Roskomnadzor cercava di far rispettare il divieto, ministri e funzionari del governo ne approfittatavano per continuare a utilizzare Telegram. Paradossale.

 

Ma, se fino a questo punto si resta nell’ironico, il passaggio successivo (che ha poi portato alla rimozione del divieto) ha del surreale: gli stessi funzionari hanno, nel tempo, trasformato l’app di Durov in uno strumento per diffondere notizie e fare propaganda sponsorizzata direttamente dallo Stato e, ovviamente, filo-presidenziale.

Una vicenda che per molti motivi meritava di essere approfondita, anche più di quanto fatto dal Washington Post.

 

Motivo? È la testimonianza di come una (presunta) superpotenza come la Russia sia stata beffata da una società – Telegram – relativamente piccola, spinta solo dalla voglia di restare disponibile online nella “terra natia”: una riedizione del biblico duello tra Davide e Golia in versione laica e tecnologica.

 

E la dimostrazione che, in fin dei conti, quando si parla di superpotenza riferendosi alla Russia, almeno da un punto di vista tecnologico (ma non solo), si commette un grosso errore frutto di retaggi del passato. Anche se di indizi in tal senso, già prima della fine della “Guerra Fredda”, ce ne sono stati molti.

 

Uno tra tutti? La tragedia di Chernobyl e la successiva gestione del problema, che ricorda sinistramente il modo in cui la Cina ha presentato, almeno all’esterno, l’inizio dell’epidemia da coronavirus SARS-CoV-2 diventata poi tragicamente pandemia.

 

Ovvero negando l’evidenza per difendere l’operato di Pechino ad ogni costo, anche davanti a fatti incontrovertibili: la propaganda di regime evoluta nel tempo, in peggio se possibile...

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