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Che cosa ci ha insegnato il coronavirus sullo smart working - Credit: Engin Akyurt/Unsplash
MONDO 25 giugno 2020

Che cosa ci ha insegnato il coronavirus sullo smart working

di Roberto Pianta

Alcuni Paesi non sono preparati a questo tipo di crisi. Altri sì. Ecco quali

 

Le quarantene e le chiusure dovute al coronavirus ci hanno fatto capire molte cose, fra cui questa: alcune persone sono in grado di lavorare da casa meglio di altre, e questo dipende dalle diverse occupazioni, dalle situazioni familiari di ciascuno e da parecchi altri fattori.

E dipende anche dalle nazioni: in alcuni Paesi lo smart working funziona meglio, in altri no.

 

Di solito funziona meglio nei Paesi più avanzati dal punto di vista economico e tecnologico, ma la questione non è così banale come potrebbe sembrare. Tutto ciò lo si evince da una interessante ricerca degli scienziati di una delle più famose università del mondo, il Mit di Boston (Massachusetts Institute of Technology, qui il testo in inglese). 

 

C'è una ragionevole possibilità che in futuro si verifichino ulteriori chiusure, per esempio a causa di ondate di infezioni (di nuovo il coronavirus o altre epidemie) o di altri disastri naturali. 

 

Per capire il problema, bisogna tener conto di quattro componenti.

 

La prima componente riguarda l’insieme di professioni in ogni nazione e il grado in cui tali professioni richiedono che le persone lavorino in stretta prossimità l'una dell'altra.

 

Ad esempio, i fisioterapisti, i dentisti e i barbieri non possono svolgere il loro lavoro senza essere estremamente vicini alle altre persone.

 

Anche i piloti di aerei, i camerieri e le badanti hanno lo stesso problema. E lo stesso vale per tutto il personale medico. E se in una nazione c’è un’alta percentuale di persone che fanno questi mestieri, l’adattamento del sistema alla distanza sarà più difficile.

 

I paesi più ricchi tendono ad avere una quota maggiore di lavoratori nei servizi personali di prossimità (cioè lavori che non si possono lontano da altri: per capirci, mestieri come il chirurgo).

Ad esempio, gli Stati Uniti hanno più del 10% della loro forza lavoro in tali occupazioni, mentre la Cina e il Brasile ne hanno meno del 5%.

 

Altre professioni sono più adatte a lavorare mantenendo la distanza. Contrariamente a quanto si possa pensare, queste non sono solo occupazioni da persone ricche o benestanti. Molte professioni a bassa tecnologia (come per esempio agricoltori e boscaioli) hanno poco bisogno di vicinanza fisica.

 

Le altre componenti da considerare per capire quali nazioni sono più adatte allo smart working sono:
- l'accesso a internet,
- la percentuale di famiglie con un bambino in casa,
- la percentuale di lavoratori che già praticavano lo smart working in maniera occasionale prima della pandemia.

 

In base a queste 4 componenti, a ogni Paese è stato assegnato un indice di valutazione: più l’indice è basso, più quel Paese sarà adatto ai lavori a distanza in caso di una nuova crisi.

 

Secondo gli studiosi, i paesi più adatti al lavoro a distanza sono Svezia (0,310), Olanda (0,312), Canada (0,38) e Belgio (0,40).

 

Anche la sorprendente Estonia si è classificata molto bene (0,414): questa nazione è ben nota per la qualità dei servizi online della pubblica amministrazione.

 

La Francia è a 0,431.
Gli Usa a 0,44.
La Germania è a 0,488.
L’Italia ha un indice un po’ peggiore, cioè più alto, oltre 0,6.

Ci battono anche Grecia (0,57), Romania (0,55), Spagna (0,58,), Portogallo (0,52) e Brasile (0,59). 

 

I paesi meno ricchi sono quelli che hanno più problemi con il lavoro a distanza da altre persone: la Nigeria (0,8) per esempio, è stata frenata dalla grandissima percentuale di famiglie con bambini piccoli e dalla scarsa quantità di famiglie che hanno accesso a internet. 

 

Secondo il Mit, anche la Cina (0,59) è penalizzata dall’accesso a internet. E sempre la Cina ha un’alta percentuale di famiglie con figli piccoli: il che, come abbiamo detto, complica parecchio la vita agli smart worker.

 

I Paesi più sviluppati (come quelli europei, fra cui l’Italia) tendono ad avere tassi di fertilità più bassi, il che riduce il numero di bambini in grado di distrarre i genitori che tentano di lavorare da casa.

 

I risultati della ricerca del Mit mostrano che nessun paese al mondo è completamente preparato a far lavorare tutti i suoi residenti da casa, ma ci sono diverse cose da fare per evitare altre crisi economiche dovute alle chiusure.

 

Per esempio, seguire l'esempio dell'Estonia, digitalizzando i servizi governativi. Più gente sa usare internet, meglio è. I lavoratori abituati a interagire online con le scuole, l’anagrafe o altri enti pubblici, si sentiranno più a loro agio quando dovranno gestire il loro mestiere allo stesso modo.

 

Un altro modo in cui i governi possono aiutare è scoraggiare l'eccessiva specializzazione e l'eccessiva concentrazione a livello regionale.

 

Le città tendono ad avere una quota maggiore di lavoratori specializzati, rispetto alla campagna e alle zone montane. E i lavoratori specializzati sono più adatti allo smart working.

 

Allo stesso modo, le regioni che dipendono esclusivamente o quasi da un unico settore che richiede lavoro a stretta vicinanza fisica e viaggi internazionali, come il turismo, saranno ovviamente più vulnerabili.

 

Anche l’informatica è una priorità. La domanda di esperti in tecnologia digitale continuerà a crescere. E le aziende dovrebbero esplorare le ultime tecnologie per sostituire le interazioni fisiche fra lavoratori.

 

I ricercatori del Mit concludono che questa sfida potrà ripetersi, e potrà essere difficile. Ma i leader politici e i governi possono ridurre al minimo le conseguenze economiche solo se faranno i passi giusti prima della prossima crisi. 

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