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Coronavirus: Twitter e il problema della disinformazione sulla pandemia

- Credit: iStock

SOCIAL E COVID-1909 maggio 2020

Coronavirus: Twitter e il problema della disinformazione sulla pandemia

di Federico Bandirali

Un’analisi ripresa dal Financial Times evidenzia come la piattaforma “fatichi" a eliminare le fake news

Disinformazione a fake news relative alla pandemia da coronavirus continuano a imperversare in rete, e per Twitter l’ostacolo della moderazione dei contenuti sembra insormontabile. O, almeno, non per Twitter che, secondo una nuova analisi di NewsGuard – società di monitoraggio dell’affidabilità dei siti Internet (social inclusi) e ripresa dal quotidiano britannico Financial Times -, non riesce proprio a contenere il problema nonostante diversi tentativi di fare altrimenti del CEO Jack Dorsey e del suo team. Nell’analisi, effettuata da una rete internazionale di giornalisti attivi per contrastare la diffusione di notizie false o imprecise, si evince come la piattaforma di microblogging faccia una fatica immane nell’eliminare fake news sulla pandemia, cattiva informazione e disinformazione.

 

Per essere più precisi, stando al rapporto, “continuano a restare online molteplici post di account su Twitter con oltre 100 mila follower che promuovono disinformazione su cure discutibili che violano le politiche introdotte dai social media, Facebook e YouTube, per contrastare la pandemia sul covid-19”.

 

Stando all’analisi, seppur senza basi certe a conferma, i post “viziati” da questi problemi, invero atavici nel Web, “hanno raggiunto oltre 3 milioni di persone”. Poche? Sicuro, ma il campione considerato include solo gli account con un numero elevato di follower, e evidenzia come rispetto ai benefici dell'idrossiclorochina come “cura” per il Covid-19 ci siano gruppi di estrema destra che perseverano nel diffondere contenuti che con la realtà hanno poco a che fare.

 

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Ma, restando al quadro generale, appare evidente come siano diversi gli account che continuano a insistere sull’esistenza di cure, passando dalle radici di liquirizia a integratori a base di zinco, senza dimenticare altre amenità assortite che, fortunatamente, hanno una diffusione minore.

 

Twitter, stando a quanto riportato dal Financial Times, ha rispedito le accuse al mittente affermando che la nuova policy sulla moderazione dei contenuti, varata il 18 marzo, avrebbe messo un freno al fenomeno, eliminando più di 2400 cinguetti nel merito e con le predette caratteristiche.

 

Peccato che, stando a uno studio della prestigiosissima università di Oxford,per quanto concerne i contenuti disinformativi sul virus SARS-CoV-2, sulla piattaforma di microblogging non ci sia un freno. Il 60% dei contenuti “falsi”, infatti, “viaggiano” su Twitter, mente il lavoro di Google sulla moderazione, al pari di quello di Facebook, è più efficace e conta percentuali vicine al 25% (27% su YouTube, 24% sul social blu) delineano un quadro sconcertante per la “creatura” di Jack Dorsey.

 

La cui difesa, invero, porta alla causa di Twitter numeri generici e non specificati, con un banale annuncio di aver rimosso “più di 2400 tweet e contestato 3,4 milioni di profili apparentemente dediti allo spam che interagivano nelle conversazioni” sulla pandemia.

 

Con un portavoce della società ha chiarire come venga data priorità alla moderazione e rimozione di cinguettii che £promuovono o incentivano azioni che potenzialmente potrebbero creare danni. Come detto in altre occasioni, non agiremo su ogni tweet contenente informazioni incomplete o controverse sul Covid-19.

 

Un problema che, invero, riguarda non solo Twitter, che ha un numero contenuto di utenti attivi rispetto a Facebook e YouTube, veicoli di diffusione di fake news al pari e più della piattaforma di microblogging, visto il diverso numero di utenti e quindi la “reach” potenziale di ogni contenuto.

 

E non è nemmeno questione di “sforzi”, fatti da tutti i social davanti all’emergenza sanitaria, ma di “potere di fuoco”, chiaramente inadeguato per limitare la disinformazione nonostante i numerosi tentativi di porvi un freno anche prima della pandemia. Che, evidentemente, con le regole attuali e la struttura “peculiare” di Twitter, penalizzano e non poco la creatura di Jack Dorsey.