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Fausto Gresini, l’intervista inedita: “Sono un uomo contento” Fausto Gresini - Credit: RD / IPA / Fotogramma
MOTOCICLISMO 25 febbraio 2021

Fausto Gresini, l’intervista inedita: “Sono un uomo contento”

di Federico Bandirali

Rilasciata a La Repubblica prima del contagio che ha portato alla prematura morte: una sorta di biografia

 

Dopo due mesi di dura lotta contro la Covid-19 che non sono bastati per evitare la morte, Fausto Gresini – scomparso il 23 febbraio 2021 all’ospedale Maggiore di Bologna – “torna” a parlare.

In realtà, purtroppo, non si tratta di un miracolo, bensì di un’intervista risalente allo scorso novembre (poco prima del contagio) rilasciata a La Repubblica e mai pubblicata fino alla tragica notizia.

 

Intervista nella quale l’ex pilota e titolare degli omonimi team in MotoGP, Moto2, Moto3 e MotoE parlò della sua vita, ovvero delle moto che in realtà sono state il suo vero mondo. Una passione che, parole di Fausto, “cosa incredibile continuo ad avere, anche di più”.

 

Aperta da un “perché io non ne ho mai abbastanza, della vita!” che a pochi mesi di distanza non può che aggiungere tristezza per come sono andate le cose, soprattutto considerando che Gresini dopo il ricovero in terapia intensiva sembrava essere sulla strada giusta di una comunque lunga guarigione.

 

Una sorta di confessione a 360° nella quale il manager e due volte campione del mondo in 125 diceva sorridendo: “In sella alla moto credo di aver fatto delle cose belle. O no?”. Eccome.

 

Importante anche il passaggio da pilota a manager: “Ho dovuto scegliere se diventare” un ex “ o un giovane manager. Ancora una volta è stata la passione, a decidere”. Agli inizi, “5 o 6 persone con Fabrizio Cecchini, che mi ha seguito per tutta la carriera”. Poi una sorta di azienda con 11 piloti, 70 dipendenti e “20 milioni di fatturato” alla quale ha dato tutto sé stesso.

 

E poi, ovviamente, la sua famiglia che gli è rimasta accanto fino al tragico epilogo seguendolo quotidianamente tenendo aggiornati i tifosi e gli appassionati sulle sue condizioni. Una famiglia, quella di Gresini, con “Quattro figli, due maschi e due femmine: e dalla stessa moglie, attenzione. Roba da premio Nobel”.

 

Quindi gli inizi, la fatica per emergere, i sacrifici, le incertezze di un ragazzo che a fine anni ’70 aveva già la mentalità del lottatore: “Se non ho un problema, me lo vado comunque a cercare: mi ci butto dentro. Non mi sono mai tirato indietro. Mia madre lavorava in una segheria, mio padre guidava le ruspe. A 13 o 14 anni ho capito che dovevo imparare un mestiere, sono andato in officina. Meccanico. Però appena c'era un attimo libero, correvo ai bordi del circuito di Imola: guardavo gli altri correre, e sognavo. Sono un uomo contento”.

 

Infine le tante vittorie e i titoli mondiali vinti da team manager in tutte le classi, MotoGP esclusa: “Uno se lo ricordano pochi: Dani Pedrosa con la 250. Poi con Daijiro Kato. Il primo mondiale di Moto3 con Jorge Martin, il primo di MotoE con Ferrari. E con Toni Elias, in Moto2, nel 2010”.

 

Kato, Gresini e, non menzionato nell’intervista, il compianto Marco Simoncelli. Tre assi della moto uniti dalla collaborazione in pista e dallo stesso tragico destino: la prematura scomparsa. Il giapponese per via di una Honda imbizzarrita andata a sbattere a quasi 300 km/h contro le barriere del suo circuito di casa (Suzuka), Sic dopo una tremenda carambola (con la Honda del team Gresini) travolto da altri piloti senza colpe e infine Fausto, portato via dal Covid che continua a mietere vittime.

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