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Kobe Bryant Kobe Bryant - Credit: MPNC / IPA / Fotogramma
BASKET 27 gennaio 2020

La morte di Kobe Bryant, leggenda della Nba

di Federico Bandirali

Incidente in elicottero. Altre 8 vittime, tra cui la figlia 13enne

L’Nba è in lutto dopo che nel pomeriggio di domenica 26 gennaio, intorno alle 17 italiane, la leggenda del basket statunitense Kobe Bryant è morto all’età di 41 anni in un incidente in elicottero a Calabasas, vicino a Los Angeles.

La dinamica dell'incidente

A darne notizia per primo il sito Usa TMZ: l’elicottero, sul quale oltre al 5 volte campione Nba viaggiavano altre otto persone - inclusa la figlia 13enne Gianna Maria -, è precipitato a causa della fitta nebbia e di condizioni atmosferiche impervie, avvitandosi su stesso a 300 Km/h mentre cercava di salire sopra quta 600mt per evitare le perturbazioni, avvitandosi su se stesso per poi esplodere una volta toccato il suolo.

 

Lo sceriffo della contea di Los Angeles ha immediatamente avviato un’indagine per far luce sull’accaduto, anche se pare ormai certo che l’ex superstar del basket a stelle e strisce fosse decollato con l'elicottero - modello Sikorsky S-76B del 1991 - alle 9.06 locali dall'aeroporto di Orange County (dove viveva), con le prime chiamate alla polizia partite 41' dopo - quindi alle 17.47 italiane.

Le altre vittime della tragedia

Ignota la destinazione, anche se il luogo dello schianto è vicino alla “sua” scuola cestistica, la “Mamba Academy”.

Le altre sette vittime, anche se le autorità non confermano, sono John Altobelli, coach di baseball all’Orange Coast College, sua moglie Keri e la loro figlia Alyssa, compagna di squadra e coetanea di Gianna Bryant.

 

Poi, oltre al pilota dell’elicottero, Ara Zobayan, nello schianto è morta anche Christina Mauser, assistente allenatrice di Kobe, assieme a Sarah Chester e alla figlia Payton, anche lei 13enne, vicine di casa della famiglia Bryant a Orange County.

Nba in lutto, ma "the show must go on"

Smentite le prime voci che volevano a bordo del maledetto elicottero anche l’ex stella dei Lakers Rick Fox, compagno di tante vittorie e grande amico di Kobe: a chiarirlo la figlia dell’ala canadese.

 

La Nba, appresa la notizia, sta valutando come rispondere alla tragedia: le partite in programma nel primo pomeriggio statunitense, ovvero le 21 italiane, dopo le prime voci non sono state cancellate, e nemmeno quelle successive secondo il mantra "the show must go on". Davvero cinico. 

 

Tanto che la stella dei Brooklyn Nets, Kyrie Irving, arrivato al Madison Square Garden di New York per il derby contro i Knicks, appresa la notizia è tornato a casa rifiutandosi di scendere in campo dopo la scomparsa dell'idolo/amico Kobe.

 

La "risposta" dell'Nba alla tragedia non è ancora chiara, mentre i Dallas Mavericks hanno bruciato tutti sul tempo con il proprietario della franchigia, l'eccentrico Mark Cuban, ad annunciare il ritiro della canotta numero 24: “Ci mancherai tantissimo, Leggenda - scrive sui social la franchigia -. Nessun Mav indosserà più il numero 24”

Il legame speciale di Kobe Bryant con l’Italia

Nato a Philadelphia (Usa) il 23 agosto 1978, Kobe ha passato l’infanzia in Italia al seguito del padre Joe, noto anche come “Jellybean”, anche lui cestista ex Nba e per anni nel nostro campionato indossando le canotte di Pistoia, Rieti, Reggio Calabria e Reggio Emilia negli anni '80, prima di “tornare” nel Belpaese come co-proprietario dell’Olimpia Milano sul finire degli anni 90’.

 

Kobe, che non ha mai fatto mistero della sua formazione cestistica italiana, aveva doppio passaporto e parlava italiano fluentemente. Al punto da utilizzarlo per rivolgere battute agli arbitri e sfottò agli avversari nelle sue 20 stagioni in Nba, sempre con la canotta giallo-viola dei Lakers. Inoltre era tifosissimo del Milan. A piangere la duplice scomparsa, purtroppo, la moglie Vanessa e le altre tre figlie: Natalia, Bianka e Capri, nata solo 7 mesi fa.

Le reazioni di Trump, del mondo del basket e non solo

Divulgata la triste notizia anche il presidente statunitense Donald Trump ha commentato la tragedia con un Tweet: “Apprendo che il grande cestista Kobe Bryant è morto assieme ad altre tre persone a seguito dello schianto di un elicottero in California. È una notizia terribile e scioccante!”

 

Marco Belinelli, guardia dei San Antonio Spurs classe 1986 e stella del basket italiano ha twittato: "Non può essere vero" seguito da un "mio eroe", Palese l'incredulità del giocatore di San Giovanni in Persiceto, che ha sempre dichiarato come il "mamba" fosse il suo idolo e il suo punto di riferimento.

 

Sulla stessa linea anche Danilo Gallinari, stella 31enne degli Oklahoma City Thunders e dell'Nba, che interpellato dall'agenzia Ansa, a fatica si è detto sconvolto per la scomparsa di un suo mito affermando: "Sono esterrefatto, non me la sento di dire altro".

 

Anche Dan Peterson, allenatore di Virtus Bologna e Milano nello scorso millennio e "avversario del padre di Kobe, contattato dall'Adnkronos non si è dilungato molto, dicendosi incredulo per poi affermare - ma questo era risaputo - come Kobe fosse profondamente "legato" e "riconoscente" all'Italia, dove aveva imparato la base della pallacanestro e "i fondamentali", al di là del suo essere un campione come ne sono nati pochi.

 

La "Divina" del nuoto italiano, Federica Pellegrini, ha detto la sua sulla tragica fatalità twittando: "Io... non ci voglio credere..... ditemi che non è vero!! Che non può finire tutto così!!".

 

E, in generale, non solo il basket ma tutto il mondo sta commentando con stupore e tristezza l'accaduto, piangendo la scomparsa di un campione in campo e fuori.

L'omaggio a LeBron James prima della tragedia

Proprio la notte precedente il fuoriclasse, simbolo dei Los Angeles Lakers del nuovo millennio e due volte MVP delle Finals Nba (e una volta MVP dell’intera stagione), era stato superato da LeBron James al terzo posto nella classifica dei migliori realizzatori di sempre della lega di basket professionistico americano.

 

E lo stesso Kobe, conosciuto anche con il soprannome di “Black Mamba”, si era congratulato in mattinata con LeBron, passato quest’anno ai Lakers indossando la canotta numero 23: poi il dramma.

La carriera di Kobe Bryant

Selezionato nel draft 1996 dagli Charlotte Hornets con la 13esima scelta assoluta direttamente dalla High School, Kobe Bryant, "shooting guard" di quasi 2 metri esattamente come Michael Jordan, non aveva mai accettato di giocare per la franchigia puntando dritto ai Lakers, sua squadra del cuore. Forzando la dirigenza degli Hornets a scambiarlo immediatamente con Los Angeles dopo la "promessa" di non scendere mai in campo con la canotta di Charlotte.

 

A Los Angeles, insieme a Shaquille O'Neal - col quale aveva un rapporto un po' conflittuale rispetto alla leadership della franchigia -, dopo un triennio di “apprendistato” aveva formato una coppia capace di dominare la Lega, coi due a guidare la squadra alla conquista di 3 anelli consecutivi dal 2000 al 2002 sotto la guida di Phil Jackson, l’ex coach di Michael Jordan ai Chicago Bulls.

 

Dopo la cessione di Shaq, Kobe divenne la colonna portante dei Lakers, conducendoli alla conquista di altri due anelli nel 2009 (contro Boston) e nel 2010 (battendo gli Orlando Magic) dopo aver formato un tandem altrettanto incontenibile con lo spagnolo Pau Gasol e aver cambiato numero di maglia passando dall'8 al 24: in entrambe le occasioni venne nominato MVP delle Finals.

 

Poi una serie di infortuni alle ginocchia, la rottura del tendine d’Achille e, di conseguenza, il ritiro nel 2016, stagione del “tour d'addio" per raccogliere il doveroso tributo da tutte le tifoserie della Nba a chiusura una carriera impareggiabile.

Tra record e palmares: una stella tra le stelle

Anche la gara d'addio allo sport che amava visceralmente fu spettacolare, condita da 60 punti contro gli Utah Jazz dopo i 62 punti segnati in tre quarti di gioco il 20 dicembre 2005. Con i Dallas Mavericks (intesi come tutta la squadra), avversari di turno, fermi a quota 61, e Phil Jackson a farlo notare scrivendolo sulla lavagnetta per poi mostrarla al pubblico texano.

 

Il suo career-high, in realtà, è di "soli" 81 punti contro i Toronto Raptors (22 gennaio 2006, secondo solo al record irreale di 100 punti realizzati da un altro mito come Wilt Chamberlain nel marzo 1962).

 

Oltre ai 5 titoli Nba e a numerose onorificenze personali (40 punti contro tutte le franchigie della Lega, 25 partite da più di 50 punti segnati e sei da più di 60, due volte capocannoniere della Lega), vinse anche 2 ori olimpici nel 2008 e nel 2012.

L’accusa di violenza sessuale

Kobe Bryant, stella indiscussa in campo ha avuto un problema pur non essendo un personaggio particolarmente controverso. Nel 2003, infatti, venne accusato di violenza sessuale da una donna in Colorado, dove era andato per curare un ginocchio malconcio.

 

La vicenda legale durò un anno e attirò l’attenzione dei media, salvo risolversi con l’archiviazione e un accordo extragiudiziale con la presunta vittima un anno più tardi. La vicenda suggerì ad Adidas di "annullare" la sponsorizzazione a Kobe, con la Nike a consolarlo creando anche la linea di scarpe dedicate "Nike Kobe".

 

Il "Mamba", pur pagando per chiudere la vicenda, ha sempre affermato che l’incontro intimo era stato consensuale senza mai scusarsi con la donna, riconoscendo però che la stessa “non ha visto e non vede questo incidente nel mio modo”. E, dopo il fattaccio (le accuse erano parse "sospette") scelse di soprannominarsi “Black Mamba”, ispirandosi alla protagonista del film di Quentin Tarantino "Kill Bill", Uma Thurman.

 

Terzo lutto per l'NBA: un 2020 "maledetto"

Il 2020, ad ogni modo, inizia nel peggiore dei modi per l'Nba, dopo la scomparsa a inizio gennaio dello storico commissioner David Stern, che rese la Nba un "prodotto" globale (e una macchina da soldi) come "presidente" della lega dal 1984 al 2014, trasformando il basket statunitense in quello che oggi conosciamo: il campionato di pallacanestro per eccellenza, riferimento globale per tutto il panorama cestistico. E, solo pochi giorni prima del tragico incidente (il 23 gennaio), la scomparsa del primo giocatore scozzese a calcare un parquet dell'Nba, il 39enne Robert Archibald.

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