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Nba, i problemi e le date chiave per la ripresa della stagione LeBron James - Credit: Robert Hanashiro / IPA / Fotogramma
BASKET NBA 2019-2020 23 giugno 2020

Nba, i problemi e le date chiave per la ripresa della stagione

di Federico Bandirali

Anticipato il via al 30 luglio (dal 31), ma molti giocatori sono ancora indecisi sul da farsi

Dopo aver deciso di anticipare il via alla ripresa della stagione di un giorno, spostandolo dal 31 al 30 di luglio (con conclusione entro il 14 ottobre e non più il 12), il mondo della Nba è ancora permeato da tanti dubbi sulla ripartenza nella “bolla” di Disney World Orlando, tra cui le manifestazioni di piazza antirazziste e, ovviamente, il “pericolo” coronavirus.

Vero che da qui a fine luglio di tempo ne manca parecchio, ma per arrivare alla prima palla a due in Florida ci sono diversi problemi da risolvere, con scadenze più o meno impellenti in una sorta di corsa ad ostacoli che, invero, è più “breve” di quanto si possa immaginare.

 

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Il ritorno "alla base" dei giocatori

Lunedì 22 giugno tutti i giocatori che hanno abbandonato la città della squadra per cui giocano, hanno fatto ritorno alla base. Tra questi Luka Doncic, Nikola “Joker” Jokic  e  un Marc Gasol che durante il lockdown ha perso peso, anche se i suoi Toronto Raptors per via della chiusura del confine tra Canada e Usa si sono radunati in Florida, con gli allenamenti che restano “a scartamento ridotto” per via del distanziamento sociale e riprenderanno davvero solo quando (e se) i giocatori delle 22 franchigie coinvolte nella ripartenza faranno il loro ingresso a Disney World per il training camp.

 

Mercato extra al via dal 23 giugno, come i tamponi a tappeto

La prima tappa, non fondamentale, è la riapertura del mercato con una mini-finestra di due settimane che partirà alle 18 italiane di martedì 23 giugno. Lo stesso giorno, tutti i giocatori delle 22 franchigie che si recheranno a Disney World saranno sottoposti al primo “giro” di tamponi per rilevare eventuali positività al Covid-19, il vero avversario della ripresa anche perché in Florida la curva dei contagi a ripreso a salire incessantemente, prevalentemente nelle contee vicine al “paradiso dei bambini”.

Test che diventeranno una costante quotidiana nelle due settimane precedenti all’isolamento nella “bolla” Disney World.

 

Tornando alla finestra di mercato extra, che si chiuderà alle 6 del mattino (ora italiana) del 1° luglio, come già annunciato non sarà una vera e propria sessione di mercato. Le 22 franchigie, infatti, potranno solo firmare giocatori senza contratto che hanno già giocato nell’ultimo biennio o in Nba o in G-League, la Lega di sviluppo” statunitense.

 

I tre ceststi pià “appetibili” in questa situazione sono DeMarcus Cousins, Isaiah Thomas e JR Smith, mentre resta la possibilità di trasformare i contratti decadali o quelli “two-ways” (giocatori contrattualizzati in Nba ma che, teoricamente, possono giocare solo un numero limitato di partite dell’Association – playoff esclusi – perché arruolati per la G-League), in modo da rimpolpare il roster anche in vista di alcuni forfait. 

 

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Due gli accordi già raggiunti e solo da formalizzare: Joakim Noah concluderà la stagione con i Los Angeles Clippers mentre Anthony Tolliver lo farà con i Memphis Grizzlies, prolungando di fatto i decadali in essere al momento dello stop lo scorso 11 marzo dovuto alla positività al Covid del centro francese degli Utah Jazz, Rudy Gobert.

 

Nel mercato, seppur con il solo limite di non poter firmare nuovi “two-ways”, saranno coinvolte anche le otto squadre che non saranno ad Orlando, mentre per le “magnifiche 22” i contratti potranno farli sottoscrivere da sabato 26 giugno, con termine ultimo per i “tagli” fissato per domenica 28.

 

Il problema più importante: le rinunce dei giocatori

Il mercato, comunque, offre poco e non cambierà gli esiti della stagione, mentre le possibili rinunce dei giocatori - che ovviamente sono liberi di scegliere se isolarsi per quasi tre mesi o meno – potrebbero avere un impatto significativo.

 

Il termine ultimo per decidere, con sola decurtazione dell’ingaggio per ogni partita saltata (fino ad un massimo di 14), è stato fissato per mercoledì 26 giugno, e dopo l’ok del sindacato guidato da Chris Paul tanti hanno fatto marcia indietro e scioglieranno le riserve in extremis.

 

Da un lato la paura per quello che appare inesorabile, ovvero il contagio nella “bolla”, dall’altro pesa molto la situazione che stanno vivendo gli Usa dopo l’efferato omicidio del 46enne afroamericano George Floyd lo scorso 25 maggio, soffocato con il ginocchio da un agente della polizia di Minneapolis.

 

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In questo senso, molti atleti temono che la ripartenza possa rappresentare una “distrazione” da un tema scottante e irrisolto qual è quello delle discriminazioni razziali negli Usa, ma anche la paura di vivere nella “bolla” con protocolli di sicurezza rigidissimi pare aver scoraggiato parecchi giocatori.

 

Dalle decisioni nel merito, su cui il Commissioner Adam Silver ha già chiarito che non avrà nulla da obiettare, si capiranno molte cose, sia rispetto ai nuovi valori in campo sia relativamente al futuro economico della Lega professionistica nordamericana.

 

Che, in caso di mancato completamento della stagione 2019-2020, si troverebbe con un quadro economico tutto da ridefinire, ovviamente al ribasso (con ripercussioni sui contratti in essere degli atleti, nel caso, e il rischio di uno sciopero per la prossima stagione). Come dire: mancano sì quasi 40 giorni al via, ma il tempo vola e le scadenze sono già stabilite senza ulteriori proroghe.

 

Il 27 giugno, dunque, se ne saprà di più: non resta che attendere...

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