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Nba verso la ripartenza: 16 giocatori positivi al coronavirus - Credit: iStock
BASKET NBA 2019-2020 27 giugno 2020

Nba verso la ripartenza: 16 giocatori positivi al coronavirus

di Federico Bandirali

Testati tutti gli atleti (302). Intesa per ripartire affrontando il problema della discriminazione razziale

A poco più di un mese dalla ripresa della stagione nella “bolla” di Disney World Orlando, fissata inizialmente per il 31 luglio e poi anticipata al 30, l’Nba si trova come logico ad affrontare una volta di più il problema coronavirus.

Dopo la positività del centro serbo dei Denver Nuggets Nikola Jokic a causa dell’ospitata all’Adria Tour di Tennis costata “cara” anche a Nole Djokovic (asinotmatico, con il papà del numero 1 al mondo Sdrjan ad incolpare il bulgaro Grigor Dimitrov per il "focolaio" del tour benefico tra Serbia e Croazia) e ancora nella “sua” Belgrado, ben sedici giocatori (su 302 testati) delle 22 squadre coinvolte nella ripartenza sono risultati positivi al coronavirus senza presentare alcun sintomo della patologia Covid-19.

 

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Come da prassi l’Nba ha reso noto che ogni cestista “positivo al tampone dovrà restare in isolamento fino a quando non soddisferà i protocolli di salute pubblica e riceverà l'autorizzazione medica a riprendere l'attività agonistica”. Una regola che varrà anche all’interno della “bolla di Orlando.

 

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Len, Parker, Hield e Brogdon tra i postivi: gli altri restano anonimi

I 16 nuovi casi sono emersi dopo il “primo giro” di test risalente martedì 23 giugno. ma l’Association per questioni di privacy non ha fatto ovviamente nomi. Il 24, dopo Jokic, erano invece emersi i nomi di Parker, Hield e Alex Len dei Sacramento Kings e quello di Malcolm Brogdon, paymaker degli Indiana Pacers.

 

Il tutto sebbene non sia chiaro quando i loro tamponi siano stati processati perché i Kings, nel dare l’annuncio della positività, avevano dichiarato di aver avuto i risultati “diversi giorni prima”.

 

Prossimo scoglio verso la ripartenza: le rinunce dei giocatori

Superato il primo scoglio che, evidentemente, non era evitabile vista anche la partecipazione di molti cestiti alle proteste anti-razzismo successive all’omicidio del 46enne afroamericano George Floyd, soffocato da un agente della polizia di Minneapolis lo scorso 25 maggio (Brogdon, durante le manifestazioni, era apparso al fianco della guardia dei Boston Celtics Jaylen Brown), resta il nodo rinunce. Che potrebbe comunque limitarsi alle preoccupazioni sul contagio dopo un accordo tra Nba e giocatori.

 

Le decisioni dei giocatori arriveranno entro e non oltre la serata italiana di sabato 27 giugno, ma al centro lettone dei Wizards Davis Bertans e a Trevor Ariza di Portland, già chiamatisi fuori senza conseguenze se non sul salario di questa stagione, si è aggiunto un pezzo da novanta qual è Avery Bradley, guardia dei Lakers fondamentale per coltivare le ambizioni di titolo di LeBron James e compagni.

 

Out anche DeMarcus Cousins, pezzo pregiato della finesta “extra” di mercato ma propenso a prendersi tutto il tempo necessario per recuperare dalla rottura del legamento crociato del ginocchio in vista della stagione 2020-2021, mentre il lungodegente Kevin Durant ha dichiarato che, se sano, non avrebbe preso parte alla ripresa.

 

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Approvato il piano finire la stagione 2019-20

Nel frattempo, mentre il Commissioner Adam Silver ha provato a tranquillizzare gli atleti rispetto al pericolo coronavirus ribadendo che una volta a Orlando i test saranno quotidiani, l’Nba stessa e il sindacato dei giocatori (NBPA) hanno reso noto venerdì 26 giugno di aver finalizzato l’accordo per il piano che dovrebbe portare alla ripresa della stagione il 30 luglio a Orlando, inclusi stringenti protocolli di sicurezza per tutelare la salute degli atleti.

 

Tutte le partite a Dinsey World Orlando in due Arene

Oltre a stabilire che tutte le partite si giocheranno in due arene all’interno dell’ESPN Wide World of Sports Complex dentro Dinsey World, ovvero la “Field House” e il “Visa Athletic Cente”, le parti si sono accordate per promuovere azioni collettive che combattano il razzismo sistemico e promuovano la giustizia sociale.

 

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I progetti di Nba e giocatori per affrontare le discriminazioni razziali

Un punto importante, perché diversi giocatori avevano palesato dubbi sulla ripresa non solo per il coronavirus, ma anche perché giocando avrebbero potuto finire per distrarre gli Usa dalle proteste – che ormai proseguono da un mese – successive all’omicidio di George Floyd.

 

Trovando anche un’intesa di massima sul futuro, con diverse iniziative mirate ad aumentare la “rappresentanza” di afroamericani nel board dell’Association e nelle stesse franchigie, oltre a eventi e programmi sul territorio sia a breve che a lungo termine integrate nel business della Lega.

 

Oltre alla creazione di un’apposita fondazione che offrirà occasioni di sviluppo, economico ed educativo, a favore della comunità afroamericana, con la promessa di mettere in campo altri progetti elaborati appositamente nei prossimi mesi.

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