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inter-triplete-10-anni-mourinho - Credit: Wu Wei / Xinhua/Photoshot / Fotogramma informazioni sul file
calcio 22 maggio 2020

A 10 anni dal triplete dell’Inter, i ricordi di Mourinho

di Pierfrancesco Catucci

Il tecnico si è raccontato in un’intervista alla Gazzetta dello Sport

Il 22 maggio 2010 l’Inter di José Mourinho sollevava al cielo la Champions League che valeva il triplete.

Mai nessuna squadra italiana era riuscita a vincere nella stessa stagione scudetto, Coppa Italia e Champions. Ma quell’Inter, che dominò in finale di Bayern Monaco con una doppietta di Diego Milito al 35’ e al 70’, chiuse al meglio una stagione esaltante. Finì con le lacrime di una squadra che si sarebbe anche gettata nel fuoco per il suo condottiero che, però, proprio al termine di quella partita annunciava che sarebbe stata l’ultima.

 

A distanza di dieci anni, nel giorno in cui si celebra l’anniversario di quell’impresa, Mourinho è protagonista assoluto sulla stampa italiana. “Il meglio in carriera – racconta ad Andrea Elefante della Gazzetta dello Sport – l’ho dato dove ero a casa, dove sentivo le emozioni del mio gruppo, dove sono stato al duecento per cento con il mio cuore: più una persona che un allenatore. Per questo a Madrid ero più felice di vivere la felicità degli altri - da Moratti all’ultimo dei magazzinieri - della mia stessa felicità: io una Champions l’avevo già vinta. Mi è capitato di pensare prima a me che agli altri: all’Inter, mai. Questo succede in una famiglia: quando diventi padre, capisci che c’è qualcuno più importate di te, e passi al secondo posto”.

 

L’allenatore portoghese, oltre a una serie di aneddoti, racconta anche dove, secondo lui, nacque la consapevolezza che quella squadra avrebbe potuto farcela (a Manchester, in occasione del ritorno degli ottavi del 2009, quando l’Inter perse 2-0 e fu eliminata dopo lo 0-0 in casa): “Quel giorno ci siamo detti con chiarezza che la qualità dell’Inter bastava per vincere lo scudetto, non la Champions. Che dovevamo cambiare anche tatticamente. I giocatori dentro lo spogliatoio erano tristi, fuori nessuno di noi piangeva: io, Moratti, Branca e Oriali eravamo già a parlare di linea difensiva più alta, di giocatori adatti ad almeno due sistemi di gioco, dei profili che ci servivano, di chi poteva restare”.

 

Una consapevolezza che passò anche per l’addio a Ibrahimovic che volò a Barcellona in cambio di Eto’o: “Ma il casino successe prima, a Pasadena, il giorno dell’amichevole contro il Chelsea. Tormentone da giorni: ‘Ibra va al Barcellona, non va al Barcellona’, lui da superprofessionista quale è giocò 45’, ma poi nello spogliatoio disse: ‘Vado, devo vincere la Champions’. I miei assistenti italiani erano morti – ‘Senza di lui sarà impossibile vincere’ - i compagni non volevano perderlo. Ero preoccupato anche io, ma mi uscì così: ‘Magari tu vai e la vinciamo noi’. Ero stato un po’ pazzo, ma nello spogliatoio cambiò l’atmosfera. Poi dissi a Branca: ‘Se lui vuole andare a Barcellona, cerchiamo di prendere Eto’o’. Lui e Milito tatticamente potevano dare una diversità alla squadra”.

 

Inevitabile il racconto della decisione di andare al Real Madrid dopo quella notte: “Avevo deciso dopo la seconda semifinale con il Barcellona, perché sapevo che avrei vinto la Champions. Moratti l’avevo preparato: senza bisogno di parole, la temperatura del nostro abbraccio in campo gli fece capire cosa volevo. Mi disse: ‘Dopo questo, hai il diritto di andare’. Era il diritto di fare quello che volevo, non di essere felice: e infatti sono stato più felice a Milano che a Madrid”.

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